Quando Edo rideva, la recensione di Santino Cicala

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Ho comprato letto e riletto il libro di Valeria Simonova Cecon “Quando Edo rideva”. Mi ha così coinvolto che non posso fare a meno di scriverne.
Prima di tutto lo stile. Colpisce la sua essenzialità, cioè l’assoluta assenza di posa letteraria: la scrittura è funzionale e il solo scopo dell’autrice è trascrivere le nozioni in suo possesso su usi e costumi e su taluni personaggi reali o mitologici, o sapidamente mitizzati dall’ironia popolare. Capita a volte che Valeria Simonova opportunamente lasci il tono asciutto e così realizza commenti saporosi che aumentano il gusto della lettura.
Lungo il percorso, di pagina in pagina, si incontrano figure diverse, come Nitta, un generale di rilievo storico, o Musashibō figura indubbiamente mitologica o se riferita a un uomo realmente vissuto è talmente mitizzata da raggiungere livelli di incredibilità persino per gli utenti più creduloni.
A proposito delle gesta di Nitta c’è qualcosa che riguarda la sua capacità di sollevare le acque.
Ma subito Valeria Simonova: “Gli storici, però, dicono che Nitta conosceva benissimo i dintorni e che aspettò semplicemente la bassa marea per passare sulla costa”. La stessa cosa vale per Mosè, non separò le acque ma attese un fenomeno simile. La Storia si ripete…
Non sempre i senryū dell’epoca Edo fanno ridere. Spesso, invece, se permettiamo al nostro senso etico di fare la sua parte, notiamo senryū crudeli, l’ironia, dall’alto, contro la povera gente, o ancora peggio – tipico della guerra tra poveri – gente comune che irride i propri simili per condizione sociale. Oppure quei senryū cui sarebbe servito un tocco di eleganza poiché troppo spesso il tono rivela un animus pettegolo. Lo stesso dicasi per lo sguardo sulla realtà: è uno sguardo ruffiano, talvolta maligno. Ma il senryū è verosimilmente questo: la gamma ampia dei comportamenti umani. Non manca il dolore della donna innamorata, lo smarrimento dei genitori che hanno perduto un figlio, la sopportazione della fame e la sete dei servi che non possono mangiare e bere prima dei loro padroni. La serva licenziata che manipolando cerca di strappare un ultimo regalo alla padrona e la stessa – ormai ex padrona – finge di non vedere.
Lo sguardo, ripeto, è popolaresco, non solo nell’ambito in cui il popolo esterna la propria condizione socio-economica, e di riflesso esistenziale e comportamentale. E’ intriso di succhi popolani anche quando riguarda gente di buon livello economico, che subisce il controllo sociale al punto da pettinare a modo le proprie serve per evitare una magra figura. A volte lo scandaglio si tinge di meschinità, e per di più si abbatte proprio sui malcapitati, su di esso produce scherno e derisione, di cui presto non ci si stupisce più.
Poi la piaggeria, male di ogni epoca. Il funzionario cui viene offerta una prostituta di livello, servito e riverito per ottenere in cambio favori. Ancora piaggeria quando si cerca di corrompere un ingegnere, facendolo bere ad oltranza, ma la colpa si trasforma in danno e ricade sugli autori: dovranno calcolare loro perimetri e planimetrie, perché l’ingegnere ubriaco non è in grado di operare. Insomma un mondo variegato, dove è di scena sistematicamente, la mediocrità, l’assenza di moralità, il vizio, la disprezzabilità e il disprezzo.
Più rara è l’ironia elegante. Ma non si immagina, almeno nei componimenti qui proposti, l’altezza filosofica e psicologica di un autore capace di autocritica e dunque di una garbata autoironia.
L’ironia per Musashibō, ad esempio, è adatta allo sguardo del popolo ignorante sì ma dal fiuto fino, gente che non si lascia incantare; il popolano felicemente – seppure inconsapevolmente – iconoclasta. Chi osserva la realtà – ed esprime pareri – non è persona in possesso di cultura. Sembra di leggere la letteratura europea, italiana nella fattispecie, del trecento, quella del popolo ignorante ma sagace. Sembra di sentire l’analfabetismo di ritorno (morale e comportamentale) di oggi, la saccenteria ignorante, il disprezzo salace, la reazione al timore di sentirsi inferiori. Il moralismo sdrucciolo della taverna (allora) del bar (adesso) dove trionfa il nulla, i discorsi inutili scadono nel pettegolezzo facile, nell’irrisione dovuta per adeguarsi e integrarsi orgogliosamente – vigliaccamente – nella morale del branco.
Un’altra virtù del libro (e dell’autrice): la scelta dei senryū dotati di un unico leit-motive.
Nell’ultima e la penultima parte, rispettivamente quarta e quinta, ci sono autentiche chicche di vita quotidiana, la ragazza che al primo amore si confida col gatto, il tipo che per ripararsi dalla pioggia entra in un negozio ma chiede solo di articoli che non comprerà, candide birichinate di bambini, le feste popolari, abitudini sociali che ci fanno conoscere usi e costumi dell’epoca. Dell’Edo. Quando Edo rideva… e in verità ghignava, disprezzava. Non me ne vogliano i nippofili felici, ma si sente, e prevale, in sottofondo la risata squallida; capita, e non per tutto il libro, però capita. Il libro è bello, divertente, utile a capire un’epoca. Diciassette sillabe, poco più poco meno, ma in così poco spazio espressivo c’è davvero un mondo. E poi di componimento in componimento il mosaico diventa affresco, come si dice in questi casi; affresco di un’epoca. Per ora quella in cui Edo rideva. Domani chissà. Magari anche quella in cui Edo, messi da parte i poli opposti del lusso e dell’ ignoranza, si mostri anche nei suoi aspetti più colti ed eleganti, senza smancerie né intellettualismi.

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