Intervista a Corrado Aiello, a cura di Valeria Simonova-Cecon

15327616_1355486651131093_650817452_n

VSC: Prima di tutto, grazie, Corrado, per la tua disponibilità a rispondere alle mie domande. Il mondo dello haiku non è, ed effettivamente non è mai stato, veramente “unificato”; ci sono tanti stili, gruppi e cosi via (non vale soltanto per l’Occidente ma anche per il Giappone stesso). Una scena simile vediamo in Italia – la presenza di vari gruppi con opinioni e modi di fare diversi, a partire da regole come quelle della sillabazione e della presenza del riferimento stagionale fino alla scelta degli argomenti, più o meno condivisi. In tutta questa “biodiversità” dello haiku dove ti poni?

CA: Sono del parere che questa “biodiversità” sia inestricabilmente connaturata all’evoluzione del genere specifico dello haiku, sia in sé sia fuori di sé. Così, il concetto di tradizione può avere, e di fatto ha, una valenza e un peso specifico diversi di paese in paese, da persona a persona. E credo che quello della tradizione sia stato e sia tuttora un nodo non molto facile da sciogliere per i Giapponesi, che probabilmente guardano da sempre alla propria storia con un’attenzione diversa da noi occidentali, e del tutto particolare, considerando forse un confronto costante, e critico, tra antico e moderno. Più precisamente, potremmo tentare questo audace giudizio: essi non solo guardano alla loro storia, ma si guardano nella Storia. Stamane riflettevo sulla possibilità di sovrapporre al concetto di haiku l’immagine della valigia… una valigia un po’ magica. Ebbene, questa valigia è stata fabbricata in Giappone secoli fa, con un materiale speciale che le dona un’incredibile resilienza ed elasticità. A seconda del tipo di viaggiatore e delle sue esigenze, essa cambia in dimensioni (si allarga, si allunga, cresce, decresce, finanche a inglobare il viaggiatore stesso, o a scomparire del tutto), ma non perde il suo marchio di fabbrica originario. Questa valigia un po’ strana può dunque contenere molto o nulla, ma di sicuro ha un doppio fondo (che non tutti scorgono). E non appartiene più soltanto al suo luogo di origine, ma al mondo intero. I Giapponesi hanno inventato questa valigia per sé, ma non potevano prevedere l’uso che ne sarebbe stato fatto. Loro stessi per primi si sono ritrovati a dover fare i conti con l’evoluzione delle forme e dei generi. Come già dicevo qualche mese fa, una cosa che ho imparato è che lo haiku (come genere e come mondo) non smette mai di insegnarci qualcosa. La sola conoscenza e l’applicazione senza conoscenza, prese separatamente, possono risultare sterili e fine a sé stesse, ma è quando le si combina insieme che si aprono possibilità infinite. Nel caso dello haiku (e di tutto il suo universo) ciò risulta particolarmente vero. Così, la pratica della scrittura è centrale, e impensabile senza il conforto di un’attenta e profonda lettura; viceversa, per la comprensione (e l’integrazione) dello haiku in quanto haiku il divenire è tutto, ed è già dato nel gesto, in esso si risolve, al suo principio. In merito alla mia esperienza personale, è da circa un paio d’anni che mi confronto con questo genere della poesia nipponica (e con tutto ciò che attorno a esso ruota), mentre è da molto più tempo che “gioco” con la poesia. La verità è che lo haiku è un modo di fare poesia come un altro ma, per sue caratteristiche intrinseche di brevità ed essenzialità, risulta essere alquanto ecumenico e trasversale. Bisogna poi sempre fare attenzione a non confondere l’hobby della scrittura con la pratica diuturna del Beruf / Berufung legata a refe doppio all’arte dello scrivere. La mia posizione, dunque, è quella dell’apprendista curioso, con una mano del maestro sulla spalla e l’altra sua stampata sulla guancia. Infatti, per quanto io non disdegni lo sperimentare, non mi sono mai spinto (per ora) fino a certi esiti estremi tipici dello zen’ei 前衛 d’avant-garde. Resto fedele al modello invalso dello yūki-teikei 有季定型, cercando di ispirarmi alla filosofia estetica del fūryū 風流 e dei suoi cosiddetti “tre pilastri” (rizoku 俚俗, tanbi 耽美, shizen 自然), anche attraverso tutte le loro declinazioni espressive particolari (non ultima, quella dello shibui 渋い), così come ho potuto apprendere sin dall’inizio del mio percorso grazie soprattutto al prezioso insegnamento di Luca Cenisi, alla lettura di Kuki Shūzō e di altri fini maestri e conoscitori.

VSC: Grazie, la tua immagine dello haiku come una specie di valigia mi piace un sacco (anzi una valigia! 🙂 ). Sappiamo che il genere haiku rischia di diventare (se non lo è ancora diventato) il primo genere poetico veramente mondiale, conosciuto e praticato in quasi tutti i paesi del mondo (dico “quasi” per escludere l’Antartide, anche se potrei avere qualche dubbio…). Un fatto significativo è che negli ultimi anni la lingua inglese, come già in tanti altri campi, sia diventata internazionale anche per il mondo dello haiku. Se leggiamo le riviste o le antologie anglofone, vediamo autori non solo di paesi quali gli Usa, l’Inghilterra, l’Australia etc., ma anche di altri, come ad esempio l’Austria, la Germania, la Russia, il Ghana, il Nepal, l’India e finanche la stessa Italia; sembra che lo haiku in lingua inglese sia ormai una realtà a parte, con le sue caratteristiche peculiari. Secondo te, rispetto a questi “haiku internazionali”, lo haiku in lingua italiana come si pone: cosa avrebbe in comune con essi e in cosa invece si distinguerebbe? Ha un suo “sapore” particolare, oppure forse alcune possibilità linguistiche che le altre lingue non hanno?

CA: Credo di aver in parte già soddisfatto questa domanda con la risposta precedente, ma aggiungerò tuttavia una riflessione di carattere più strettamente tecnico-linguistico. Per evidenti ragioni storico-politiche, l’inglese domina e si diffonde globalmente un po’ in tutti gli ambiti dello scibile e delle comunicazioni umane. Questa capillarità ha raggiunto, dicevamo anche prima, in maniera ecumenica e trasversale, persino certe forme e certi generi espressivi inizialmente tipici di un Paese e poi successivamente acquisiti e praticati altrove e diffusamente nel mondo. Così è avvenuto per lo haiku giapponese (ma ancora oggi c’è chi scrive strofe saffiche e alcaiche in italiano, oppure sonetti in spagnolo o francese, tenta esperimenti varî in metrica barbara, polimetrie eteroclite etc.). Solo che nel caso dello haiku in lingua inglese il fenomeno è stato più vasto, più rapido, più pervasivo. Questo si spiega in parte con le caratteristiche di forma e contenuto tipiche del genere poetico dello haiku, in parte con la relativa facilità di utilizzo della lingua inglese anche da parte di chi non la parli fluentemente e/o quotidianamente. L’inglese è una lingua pratica, comoda e versatile, geniale nell’iconicità fonologica, ma non così lessicalmente ricca e complessa quanto l’italiano, che dalla sua offre possibilità e articolazioni ludico-frastiche a dir poco sbalorditive. Così, per queste sue qualità di concisione ed espressività, l’inglese si presta brillantemente al gioco della poetica haikai, riuscendo tra l’altro a veicolare con un numero minimo di sillabe (es. 3-5-3) un contenuto semantico eguale e sufficiente a uno haiku scritto in italiano o in giapponese nel rispetto del canonico 5-7-5. Questo aspetto, al pari della questione del kire 切れ / kireji 切れ字, mi pare sia stato già sviscerato bene altrove da te e da altri studiosi di vaglia, per cui non vale la pena insistervi in questa sede. La cosa fondamentale è riuscire a operare una mediazione intelligente tra lo spirito fondante la sostanza dello haiku giapponese e le relative esigenze di adattabilità alle singole lingue particolari che il modello originario richiede. In questo caso, è preferibile un lieve sacrificio di forma al tradimento imperdonabile della natura. Ergo l’italiano ha poco da invidiare all’inglese (ma qui potrei essere di parte).

VSC: A dire il vero, io sto solo indagando sulle “capacità” della lingua Italiana nello haiku, e per questo mi interessano molto gli autori italiani che scrivono contemporaneamente in Italiano ed Inglese. Qualche tempo fa, per esempio, ho letto questo tuo haiku:

Ancient pines –
the caress of the wind
of another era

***

Pini antichi –
la carezza del vento
di un’altra era

Stranamente, mi ha fatto venire in mente uno haiku di Ban’ya Natsuishi in stile avant-gard:

From the future
a wind arrives
that blows the waterfall apart

Sono molto diversi – uno parla dei tempi antichi, mentre l’altro del futuro – ma ci trovo anche qualche somiglianza. Tu che ne dici, secondo te ci sono alcuni punti in comune? Potresti fare una traduzione di questo haiku di Ban’ya?

 

CA: Sì, anche se mi sembrano due componimenti opposti e complementari. In entrambi i testi vediamo protagonista il vento, quale mera forza neutra ed elementale, a parlarci di un altrove non immediatamente fisico. In un caso, si evoca un movimento dolce e imponente dal passato; nell’altro, il movimento evocato proviene dal futuro, ma appare più aspro e dirompente. Se nel mio lavoro la sensazione percepibile è di un moto avvolgente e continuato, nel lavoro di Natsuishi il moto sembra piuttosto improvviso ed effimero. Poi, a un’ambientazione invernale, caratterizzata dalla pluralità dei pini, fa da contrappunto una scenografia estiva, simboleggiata dalla singolarità della cascata. Inoltre, mentre il mio componimento si attiene alle norme metriche del modello classico, il componimento di Natsuishi tenta la via sperimentale e più anisometrica dello gendai haiku 現代俳句. Un altro punto di contatto, oltre al comune sopraggiungere del vento, potrebbe invece essere dato dal senso di longevità / eternità sprigionato sia dai pini antichi (alberi sempreverdi e millenari), sia dalla cascata (nel suo infinito e continuo fluire). A parte questo, ci tengo a sottolineare la mia predilezione per il genere e la simbologia del pino, albero di centrale importanza per i giapponesi stessi. Di fronte la terrazza di casa mia si erge da tempo un magnifico pino marittimo il cui tronco si dirama in altezza in due grossi bracci secondari. Ogni volta che lo guardo non posso non pensare al “doppio pino” di Takasago, e al mito cosmogonico shintoista di Izanagi e Izanami che lo accompagna. Ci sarebbe anche da ricordare che la parola “matsu” in giapponese presenta un significativo caso di omofonia: da un lato avremo infatti il sostantivo 松, ‘pino’, mentre dall’altro il verbo 待つ, ‘attendere’. N.B. Ho preferito non soffermarmi qui sull’eventuale questione del kidai 季題 / kigo 季語 legato al solo uso della parola “pino”, inscindibile per altro dallo hon’i 本意 / honjo 本情 tradizionale, per il semplice fatto che ritengo opportuna e imperativa una certa flessibilità in merito tanto al cosiddetto “spirito stagionale”, o kikan 奇観, quanto all’adozione di un eventuale saijiki 歳時記 unificato (questione tuttora apertissima e da definire). Qui di seguito provo a darti una versione del componimento di Ban’ya:

Dal futuro
sopraggiunge un vento
che la cascata brilla via

 

VSC: Molto interessante, grazie. Penso che in traduzione giapponese il tuo haiku sui pini potrebbe avere un punto in più con questa doppia lettura del “matsu”.

Passando alla prossima domanda, nel 1999, nella città di Matsuyama (capoluogo della prefettura di Ehime, in Giappone), si sono radunati alcuni scrittori e conoscitori dello haiku giapponesi e occidentali (tra gli altri, Kaneko Tōta, Makoto Ueda, Jean-Jacques Origas etc.). Hanno creato un documento interessantissimo, noto col nome di Dichiarazione di Matsuyama, in cui affrontano varie problematiche legate alle differenze tra lo haiku in lingua giapponese e quello scritto in altre lingue. Qual è la tua opinione su questo documento? Ti ha in qualche modo influenzato? Sei d’accordo con le conclusioni alle quali sono giunti gli autori?

CA: Solo di recente sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questa importante Carta (e del progetto a essa collegato), tuttavia ho avuto il piacere di leggerne un’ottima versione in Rete (cerca in http://www.graceguts.com/), commentata molto scrupolosamente da Michael Dylan Welch. I 7 punti affrontati a Matsuyama mi sembrano vitali e dirimenti per la salute attuale e ventura dello haiku in tutto il mondo. La maggior parte della tematiche affrontate dai 6 autori mi ha influenzato in maniera indiretta e inconsapevole, dal momento che, leggendo, mi sono reso conto che tutto ciò che sapevo e che so, tutto quello che studiamo e sappiamo oggi sullo haiku è stato già affrontato, filtrato e rilanciato criticamente da questo gruppo di poeti e studiosi nel 1999. Dunque, non posso che trovarmi d’accordo con quanto evidenziato e analizzato nel documento. È un “movimento” che, partendo dalle origini della modernità (soprattutto con la riforma di M. Shiki) si propone di portare avanti un discorso di diffusione e universalizzazione del genere poetico dello haiku, salvaguardandone in primis lo spirito fondante, senza per questo rinunciare ai singoli particolarismi locali. Si tratta di operare una fusione autentica e intelligente tra l’imprescindibile lezione dei grandi maestri del passato e le nuove possibili visioni del nostro tempo. Una mediazione sapiente tra tradizione e innovazione, natura e cultura, tra parola e simbolo, silenzio e presenza. In particolare, c’è da sottolineare come il valore musicale del silenzio in poesia (al pari del concetto di “vuoto” per le arti figurative) sia tenuto in gran conto dagli estensori del documento. Io non posso che sottoscrivere in pieno questa visione (valida tra l’altro per la poesia tutta, e in ogni tempo e luogo). In più, non bisogna sottovalutare le implicazioni derivanti dal profondo rapporto tra individuo, società e ambiente che lo haiku presuppone. Nel ringraziarti, Valeria, ti saluto riportando un celebre lavoro di uno degli estensori del suddetto documento (Kaneko Tōta, noto per il suo spirito avanguardista), in cui apprezzo molto il modo sapiente in cui l’autore ha saputo fondere in un amalgama ben temperato il realismo-naturalistico della tradizione con un certo surrealismo-simbolico dell’innovazione:

梅咲いて庭中に青鮫が来ている 金子兜太

ume saite niwachū ni aozame ga kiteiru

pruni in fiore –
ovunque nel mio giardino
gli squali blu

 

VSC: Concordo che la Dichiarazione sia un documento interessantissimo, e spero che un giorno sarà tradotta anche in italiano. Alla fine, Corrado, condivideresti con noi alcuni dei tuoi haiku, per piacere?

CA: Chissà… magari toccherà proprio a me farlo *sorriso*; non mi dispiacerebbe affatto (tempo e salute permettendo). Condivido con piacere alcuni dei miei lavori, Valeria. Ti ringrazio di cuore.

 

***

Primo crepuscolo:
si sofferma il viandante –
vento tra’ glicini

***

Incontri estivi:
frequenti pizzicori
invisibili

***

Tra foglie secche
sfuma il giuoco d’un gatto.
Fumo la pipa

***

Semi di senape –
a mani vuote la statua
ora è più grande

***

volano in alto
i petali di Shaka
volano in alto

(jisei no ku)

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...