Impressioni sul libro “Quando Edo rideva” di Santino Cicala

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Ho appena finito di leggere il bellissimo libro di Valeria Simonova-Cecon
‘Quando Edo rideva’ e mi sarebbe piaciuto scrivere una nota per lei. Ma – non credo vada classificato come egoismo – se… mentre scrivo e ho quasi finito di scrivere per lei mi scappa di… scrivere dei senryū per una questione, diciamo, di… simpatia (credo che usata alla greca questa parola abbia un significato che per scarti sinomimiali arriva al significato di ‘imitazione’, o dichiara l’aver subito una suggestione, insomma ragazzi leggendo il suo bel libro ho scritto anch’io qualche versicolo, più d’uno, questi che vi propongo).
Naturalmente ho in mente di fare per le mie cose quello che Valeria ha fatto per i capolavori del periodo Edo. Ragazzi non solo Edo rideva – e spesso sghignazzava, altre volte ghignava e raramente sorrideva – ma anch’io mi faccio ridere da solo, credete; o mi faccio riflettere da solo: insomma i critici strutturalisti in questo caso direbbero che sono autoriflessivo. Va be? Oh… 🙂 🙂 🙂

Siamo negli anni ’50 e io sono bambino, ma già allora inizio ad avere una mia tendenza ad osservare la realtà. Guardate cosa ne viene fuori

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anni ’50 –
simili al periodo Edo
i miei paesi

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Una volta su Famiglia Cristiana vedo l’indirizzo di Adriano Celentano.
Senza rischiare l’ironia e la dissuasione di un familiare, in silenzio, alla chetichella, trovo da qualche parte, una busta, vi copio sopra l’indirizzo e chiedo al famoso cantante una foto con dedica. Passando per andare a scuola ogni mattina la cassetta dell’ufficio postale è lì, rossa e bassa per i miei dieci anni, tanto che ogni giorno rischio di sbatterci la testa due volte, andata e ritorno. Imbucai la lettera con una emozione tale che ancora ricordo la Via. Via Zuretti. Ragazzi… Dio mio… Ero e-mo-zio-na-tis-si-mo-oooo
Poi però me ne dimenticai. Una settimana dopo arriva questo bigliettino…
strano… lo apro… e vedo Adriano Celentano stravaccato sopra una sedia, gli avambracci sulla spalliera, la testa in avanti e un sigaro alla Al Capone stretto tra i denti. Ero… trasfigurato. Guardavo questa foto… e non riuscivo a staccare i miei occhi dai suoi. Ipnosi pura con regressione di tipo… oh… boh.
Cosa potevo fare se non farla vedere a qualcuno… e nel giro di cinque minuti tutto il quartiere seppe.
“A Santineddu Cicala Cilintànu ci mannàu a foticofia ! Miiiizzica…”
“A cu’?”
“A Santinu Cicala…”
“U ziu o u niputi?”
“O niputi… o picciriddu…”
“Si va be’… ora a cuntaticcilla a n’autru”.
“Ti dicu ppi davero, ci ha visti iò… c’è Cilintànu sittàtu c’u sìghiru nta bucca…”
“Miii… allura veru è?”

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foto del divo
divento divo anch’io
quartiere entusiasta
poi l’ho riscritto anche così

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foto del divo
deifica anche me,
e tutto il quartiere

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Sempre leggendo il libro di Valeria mi torna in mente una scena vista a quell’epoca

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Per gli ex-voto –
un tempo le donne
procedevano
sulle ginocchia nude
dal sagrato all’altare
Questa Valeria la considererà kyoka, forse, ma per me ha l’importanza di una tanka. Ignorando, decido se tanka o kyoka dal valore oggettivo che presumo nel componimento. Qui il valore è davvero… antropologico !

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E allora le sagre paesane?

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le girandole
ma anche colt e fondina –
festa in parrocchia

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Un senryū letto in Quando Edo rideva mi fa ricordare quando bambino la mamma mi spediva a comprare qualcosa alla bottega di genere alimentari nella stessa strada, dieci metri più avanti. Ma di ritorno…

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da bottega a casa
odore insopportabile –
baccalà secco

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Molti anni dopo la vicenda significativa di un amico pittore – pittore vero e quotato.
Si era sposato e la moglie pretendeva che facesse l’imbianchino di giorno e il pittore la sera o la domenica, o nei ritagli di tempo. Ma quando il padre muore e i fratelli per lavoro sono emigrati all’estero il pittore finalmente torna a vivere a casa della madre e della pensione reversibile. E allora…

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morto il padre
riesce finalmente
a divorziare

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Forse letto senza questa – troppo esplicita? – didascalia non sarebbe stato possibile capirci qualcosa.

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Uno dei piccoli eventi di vita quotidiana che mi è accaduto tempo fa, mi accade spesso, visto che l’aspettativa di vita in Italia aumenta. Una vecchietta novantenne si era smarrita davanti a casa propria. Non sapeva dov’era. Le era successo già altre volte e altre volte l’avevo aiutata. Stavolta ha qualcosa di strano. Le do una voce, mi riconosce: “Santineddu unni sugnu unni sugnu mi strabidìa d’a casa…”
Traduco: “Santino dove sono mi sono persa la strada di casa…”
“Signora Vincenza qui siete davanti a casa vostra, aspettate, datemi la chiave… apro…”
Nel frattempo viene in soccorso un’altra dirimpettaia. Dà una voce alla vecchietta che la riconosce. “Ah vidistu” le dice la signora Vincenza “mi ‘incavaddai un bastuni… risistii ‘nsinu a ieri…” Aveva inaugurato un bastone per la prima volta a quasi novanta anni e ne era felice. Apro il portoncino e l’aiuto ad entrare.
“Ecco, signora lei è a casa”.
“Grazie Santinello grazie”.
Mi devo vergognare? Credo di no. Però… ho… notato i fiori in corridoio; mi ricordo da sempre questo corridoio fiorito e la porta in fondo, un tempo aperta, che lo illuminava.
Mentre io e l’altra donna rientriamo alle rispettive abitazioni quella dice quasi sottovoce, un po’ desolata… ‘Una volta la signora Vincenza aveva certi fiori…”

primo bastone –
di plastica i fiori
in corridoio

bye bye
Alla prossima

 

Il link sul libro.

 

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