DUE PAROLE SULLO HAIKAI di Valeria Simonova-Cecon

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Due parole sullo haikai.

Ringrazio il mio fedele correttore  Corrado Aiello per aver corretto questo testo. 

Con il termine haikai a volte si fa un po’ di confusione perché nel corso dei secoli veniva applicato a fenomeni diversi. Riassumendo, abbiamo tre significati:

1. Stile haikai (del waka o del renga)

2. Un verso della poesia a catena in stile haikai (oppure la catena di versi in stile haikai)

3. Un complesso di arti: poesia, prosa, pittura, inoltre un certo stile di vita che richiama allo stile haikai.

Quando incontriamo, per esempio, la definizione che Kato Shuichi dà dello haikai – come “Forma poetica di sole 17 sillabe derivata dal Renga sullo schema di 5-7-5, nata nel periodo Tokugawa e il cui massimo esponente è Matsuo Bashō, nota poi come haiku” – dobbiamo renderci conto che si tratta del secondo significato, e in realtà anche di uno dei casi del secondo significato. Ogni verso di poesia a catena in stile haikai (haikai no renga) è un verso in stile haikai. Il primo ʺversoʺ (hokku che poi conosciamo come haiku) e un qualsiasi altro verso “interno” di un renga sono haikai. Come ben sapete, gli haiku di Bashō (che lui chiamava, ovviamente, hokku oppure versi di haikai) che noi conosciamo come i componimenti autonomi erano pensati nel quadro di poesia a catena, e molti di essi effettivamente erano usati come i primi versi di una catena/renga.

A parte le catene complete e gli hokku che, anche scritti separatamente, erano pensati come i primi versi potenziali di una catena, si scrivevano anche i versi separati da una catena (renga) completa e considerati come una specie di esercizio per imparare a collegarli. Erano considerati, comunque, come i versi INTERNI di una catena, quindi non vigevano le regole necessarie per scrivere uno hokku (presenza della stagione e di un saluto simbolico all’assemblea ecc.). Questi versi venivano sempre chiamati haikai, oppure zappai (termine usato per indicare i versi di haikai meno eleganti, più popolani). Tra i vari tipi possiamo chiamare i versi maeku-zuke (dove ad un verso di 7-7 veniva aggiunto un altro di 5-7-5), oppure i vari kammurizuke (aggiungere i versi di 5-7 al verso di 5 per crearne uno di 5-7-5) o kasazuke (aggiungere i versi di 7-5 al verso di 5 per crearne uno di 5-7-5). Anche i vecchi senryū del Settecento, derivati appunto dal maeku-zuke, rientrano in questa categoria e originalmente vengono chiamati versi in stile haikai (se vi ricordate, la prima antologia di senryū si chiama Haifu Yanagidaru – botte di salice in stile HAIKAI).

Quindi, haikai difficilmente può essere definito come un GENERE (a parte certi contesti quando capiamo che dicendo haikai intendiamo per esempio il genere renga in stile haikai) ma piuttosto come uno stile o un insieme di generi scritti in un certo stile.

E ora parliamo dello haikai come STILE.

Importante il fatto che lo haikai non nasce da una tabula rasa, è piuttosto una risposta, una versione o una parodia sui generi tradizionali considerati più eleganti e poetici. La poesia a catena oppure renga nasce come una specie di parodia, un passatempo divertente e informale nato ai margini dei concorsi di poesia “seria”, ma col tempo anche il renga assorbe i canoni estetici e le regole della classica poesia waka e nascono DUE tipi di renga: uno elegante/serio e l’altro in stile haikai. Bashō era il maestro di renga in stile haikai. Nel mondo poetico del Seicento quello che faceva Bashō era considerato un prodotto letterario della categoria B. Mica era un VERO POETA come quelli che componevano i kanshi (versi giapponesi, ma scritti in lingua cinese e nel quadro della poetica cinese) oppure il nobile waka o il renga classico. No, era solamente e semplicemente un maestro di haikai, inteso come l’arte di collegare i versi in stile abbastanza popolano ed eretico dal punto di vista della tradizione.

Secondo alcune fonti, Basho diceva che per quanto riguarda la scrittura degli hokku, molti suoi discepoli avevano raggiunto to stesso livello di maestria, mentre l’arte di COLLEGARE i versi era il suo punto particolarmente forte.

Spesso troviamo in vari libri e articoli le frasi del tipo: Bashō ha elevato il genere haikai… ecc. Dobbiamo capire COSA esattamente ha elevato. Se andiamo indietro a Bashō, troveremo gli hokku dei maestri di renga classico che tradotti in lingue moderne per noi sarebbero INDISTINGUIBILI da quei componimenti che amiamo e che conosciamo come gli haiku tradizionali o classici del Seicento, Settecento ecc.

Qualche esempio (tratto dal libro di Steven Carter “Haiku before haiku”):

eda nokoru hana wa oiki no kazashi kana

pochi fiori rimasti –
una ghirlanda per i rami
del vecchio ciliegio

L’autore – Zenna, un monaco buddista e il maestro di renga antico. Un verso scritto circa 3 secoli prima di Bashō.

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oto kikanu kayaya no aki no shigure kana

senza alcun rumore
sul tetto fatto di paglia
la pioggia d’autunno

Gusai, un monaco buddista e maestro di renga antico, morto nel 1376 – circa 300 prima di Bashō.

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izure min arashi no momiji matsu no yuki

ovunque guardo –
il vento nelle foglie rosse
la neve sui pini

Nijo Yoshimoto, il famosissimo maestro di renga, anni di vita – 1320 -1388. Le foglie rosse – momiji, le foglie dell’acero in autunno.

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usushi tote tsuki ni kasanaru niwa no yuki

neve leggera
fatta più folta dal chiaro di luna
nel giardino

Inawashiro Kensai, 1452 – 1510.

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fukaki irite natsu o okurasu yamaji kana

mi addentro
lasciando l’estate alle spalle –
sentiero di montagna

Soseki, 1474 – 1533.

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konoha sae oto senu io no yube kana

non un suono
neanche dalle foglie –
la mia capanna al tramonto

Shohaku, 1443 – 1527.

Questi versi sono scritti secoli prima di Bashō ma, se non ve lo avessi detto, cosa avreste pensato?

Tutti questi versi non appartengono allo stile haikai, ma alla tradizione classica. Sono gli hokku, i primi versi, dei renga classici, non renga in stile haikai.

Cosa significa allora stile haikai? Come avevo accennato, è una specie di dialogo con la tradizione, un ribaltamento dei canoni poetici tradizionali. Spesso leggiamo che haikai è uno stile comico. Allora cominciamo a pensare a qualcosa che fa ridere. Ma quello che fa ridere noi non sempre corrisponde a quello che faceva ridere i poeti giapponesi del Seicento.

Ora parliamo dello haikai del Seicento (epoca di Bashō). Proviamo a segnare alcune delle caratteristiche principali della poesia classica (waka e renga) e poesia in stile haikai (principalmente renga in stile haikai) per capire meglio la differenza.

Poesia classica: un linguaggio definito e chiuso (proibite le parole di origine straniera/cinese e parole vernacolari), rispetto delle associazioni letterarie dette yoriai, rispetto del modo tradizionale nel scegliere e trattare gli argomenti.

Poesia haikai: un linguaggio aperto, uso di parole straniere e vernacolari, ribaltamento dei yoriai classici e del modo tradizionale di trattare gli argomenti.

Detto così è troppo generico, meglio vedere gli esempi concreti.

Esempi di versi in stile haikai della scuola Teimon, fondata da Matsunaga Teitoku

(a proposto, la Teimon fu la prima scuola che frequentò Bashō. È da Teimon che lui imparò lo haikai):

kasumi sae madara ni tatsu ya tora no toshi

pure la nebbia
appare in chiazze –
l’anno della Tigre

Matsunaga Teitoku

Questo è un ʺversoʺ che si riferisce al periodo del Capodanno. Nella tradizione giapponese che seguiva il calendario lunare il Capodanno quasi coincide con l’inizio della primavera ed è spesso collegato alla nebbia che sale. Quindi, la nebbia a capodanno è una convenzione letteraria (fin qui siamo nella tradizione). Ma fare la comparazione tra la nebbia e le chiazze sulla pelle del leopardo (i giapponesi di quei tempi supponevano che il leopardo fosse la femmina della tigre – per questo Teitoku dice chiazze e non strisce, pur menzionando la tigre, perché l’anno nello zodiaco è detto della tigre!) non è tradizionale, è una cosa fuori dalle regole poetiche classiche. Inoltre, la parola tigre è vernacolare, appartiene al cosiddetto “haigon”, il linguaggio di haikai, non ammesso nella poesia classica! Perciò questo verso è comico per chi conosce i canoni classici, sembra una specie di parodia, un ribaltamento. Ma per noi che non sentiamo a pelle la tradizione (e neanche i giapponesi moderni la conoscono) non sembra strano o comico. Beh, almeno a me.)

Un’opera di Den Sutejo, una “collega” di Bashō che apparteneva alla scuola Teimon (Kitamura Kigin, il primo maestro di haikai di Bashō, fu anche il suo maestro):

iza tsumamu wakana morasu na kago no uchi

dài, raccogliamole
ma non lasciar cadere dal cestino le erbe
o qualcos’altro!

Questo componimento haikai si riferisce a una vecchia poesia della raccolta Man’yōshū:

con il suo bel cestino
e la sua bella paletta
una ragazza raccoglie le erbe sulla collina –
vorrei chiederti di dove sei
dimmi il tuo nome!

In un modo leggermente parodico, Den Sutejo fa riferimento a questa poesia, dando alla ragazza il consiglio di non lasciar scappare né l’erba dal cestino né il suo nome (perché dare un riferimento ad un uomo sconosciuto potrebbe essere pericoloso). Un ribaltamento di una immagine classica tradizionale per lo stile haikai, senza che ci faccia ridere veramente tanto, non è così?

Un altro, sempre di Den Sutejo:

kesa mireba hana zo sakuya no kigi no yuki

guardando stamane
sembrano i fiori della notte scorsa –
la neve sugli alberi

Qui tutto l’umorismo sta nel gioco della doppia lettura della parola saku che significa allo stesso tempo “scorsa” (in riferimento alla notte) e “fioriscono” (riferito alla neve che assomiglia ai fiori).

Quello che voglio dire, insomma, è che l’umorismo del vecchio haikai non è sempre volgare o “basso” come si potrebbe pensare. Soprattutto se parliamo della scuola Teimon.

Ovviamente, ci sono anche i versi con un umorismo più evidente!

Un componimento di Taizo, sempre della scuola Teimon:

uta ikusa bumbu nidō no kawazu ka na

nel canto e nella guerra
in entrambi le arti, civile e marziale
eccelle la rana

Kawazu (la oramai famosa rana) nella tradizione classica è legata al suo canto primaverile della stagione di accoppiamento, restituisce un’immagine elegante e romantica. In due parole: nella poesia tradizionale la rana è una rana che canta, punto. In questo verso la rana è lodata anche per essere brava nell’arte della guerra – un riferimento al famoso argomento della pittura comica, la Battaglia delle Rane. Un ribaltamento della tradizione, quindi haikai.

Anche la rana di Bashō è haikai, perché non canta! Anche il verso di Bashō nel contesto storico è una specie di parodia. Ma già riuscite a percepire quanto dista il componimento di Bashō da questo verso. L’intenzione di Bashō non era solo di mettere in questione la tradizione, ma di creare un nuovo linguaggio poetico.

Nella scuola Danrin , fondata da Nishiyama Sōin, troviamo i componimenti molto più evidentemente parodici ed umoristici, a volte quasi fantasmagorici. Bashō a un certo punto lascia la scuola Teimon per studiare lo haikai della scuola Danrin, ma poi si allontana pure da quest’ultima. Vediamo qualche esempio del Danrin haikai:

nagamu to te hana ni mo itashi kubi no hone

tanto ho guardato
i ciliegi in fiore
fino al torcicollo!

Nishiyama Sōin

Una parodia ben comprensibile anche per noi di oggi:

oranda no moji ka yokotau ama tsu kari

scrittura olandese?
attraversa il cielo
uno stormo di oche

Nishiyama Sōin

Le oche che attraversano il cielo in una riga orizzontale, in Sōin, sembrano simili a un rigo di testo in lingua straniera (europea). L’autore scrisse questo ʺversoʺ a Nagasaki, la città portuale dove erano presenti gli stranieri (prima di tutto gli olandesi), altrimenti difficilmente trovabili sul terreno giapponese.

Infine arriviamo a Bashō. Anche lui era un poeta di haikai, usava le parole vernacolari, ribaltava le associazioni letterarie – ma non lo faceva solo per farlo. Non voleva che lo haikai rimanesse una specie di sottoprodotto della poesia classica tradizionale. Voleva creare un nuovo linguaggio poetico: più aperto, più vivo, un linguaggio che tratta tutti (e non solo quelli ammessi dalla tradizione poetica) gli aspetti e gli argomenti della vita, ma non meno toccante e nobile del linguaggio tradizionale.

Come, spero, risulta dagli esempi riportati sopra, lo haikai era a volte molto “cervellotico”, bisognava ricordare (e sapere) tante cose per arrivare al punto. Per capire in che cosa stia l’eresia bisogna sapere l’ortodossia, vero?

Se vediamo i primi versi di Bashō, troveremo qualcosa del genere anche in lui:

shiorefusu ya yo wa sakasama no yuki no take

s’inchina basso
in questo mondo capovolto
un bamboo sotto la neve

Questo componimento Bashō scrisse nella casa di un conoscente che recentemente aveva perso un figlio. Riporto il commento tradotto di Makoto Ueda: “Questo componimento è costruito su due giochi di parole. In Giapponese la parola “mondo” (yo) ha anche il significato di “stelo”, gambo/canna (in questo caso riferito al bamboo). Così il ‘mondo capovolto’ assume due significati: 1) il mondo che lascia un figlio morire prima dei suoi genitori; 2) lo stelo (di bamboo) che si piega abbassandosi. Inoltre, l’ultimo verso del componimento (take no yuki, bamboo sotto la neve) fa riferimento (una inversione) al titolo di una famosa opera del teatro Nō, “Neve sul bamboo” (take no yuki), nella quale la madre rimpiange il proprio figlio morto dal gelo mentre cercava di togliere la neve dalle piante di bamboo.

Troppo complicato per toccarci davvero il cuore, non vi sembra?

Guardate quanto diversi (e molto più forti) sono gli altri suoi versi:

ki no moto ni shiru mo namasu mo sakura kana

sotto gli alberi
nella zuppa, nell’insalata, dappertutto
i petali di ciliegio!

Già la presenza di due parole vernacolari ci segnala che questo è un componimento haikai: shiru – una specie di zuppa, e namasu – una specie di insalata di pesce salato. Così, un evento classico di ammirazione dei fiori di ciliegio è descritto non nel modo tradizionale, come un passatempo nobile ed elegante, ma come un party dove si mangia e ovviamente si beve. Ribaltamento della tradizione!

furi uri no gan aware nari Ebisu koo

che tristezza
questa oca del venditore –
il festival di Ebisu

Ebisu – uno dei sette dèi della Fortuna. Al suo festival (inverno) la gente festeggia, si vendono tante cose tra cui anche questa morta oca (oppure oche) venduta dal “furiuri”, un venditore ambulante. Un’immagine assolutamente vernacolare, un venditore ambulante con le sue oche morte da vendere! Nessun poeta di waka l’avrebbe usata!

Ma il sentimento che trasmette Bashō usando questa immagine non è certo meno forte o meno nobile dei sentimenti sprigionati dai waka…

Ci sarebbe un altro mare da dire sullo haikai, ma al momento devo fermarmi. Spero comunque di avervi spiegato un po’ la relazione tra lo haikai e la tradizione classica. Questi aspetti sfuggono al lettore moderno perché per noi la poesia classica è haikai! La rana che salta senza cantare per noi è un’immagine classica, mentre ai tempi di Bashō era “eretica”, perché ribaltava l’approccio poetico tradizionale. Ma secondo me conoscerli fa bene perché ci fa capire meglio cosa esattamente cercava di fare Bashō.

Immagine: Onda AIko, Cucina ed il vento primaverile.

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