La voce dell’acqua, di Chris Drake

Lettura critica di uno hokku di Kobayashi Issa, tratta dal gruppo di discussione Haikai Talk.

田の水やさらばさらばと井にもどる
ta no mizu ya saraba saraba to i ni modoru

acqua di risaia –
salutando torna
alla sorgente

Questo hokku è stato composto all’inizio del settimo mese lunare (agosto) del 1821, quando Issa risiedeva nel suo paese natale. Nello scritto, gli agricoltori stanno drenando – per l’ultima volta nella stagione – un campo di riso. L’autunno è alle porte, ed è dunque tempo di far asciugare il raccolto in vista di settembre.
I contadini rompono i piccoli argini posti all’inizio e alla fine del campo, guardando ed ascoltando le acque che lentamente scorrono fuori dallo stesso, per unirsi al vicino ruscello. La parola “i” del terzo rigo si traduce principalmente come “pozzo”, ma ai tempi di Issa essa significava “sorgente” o “fonte d’acqua”.
Dal momento che i campi di riso venivano generalmente irrigati scavando un canale di collegamento tra il corso d’acqua (o la sorgente) più vicino e il terreno coltivato – mentre i campi erano collegati tra loro mediante piccoli argini provvisori o canalette – la “sorgente” cui Issa fa riferimento è, con tutta probabilità, una fonte d’acqua posta nelle immediate vicinanze delle risaie. L’acqua, dai campi, torna dunque al suo luogo natio, alla fonte.

Issa, com’era cosa comune in molti scritti haikai ed opere del periodo antecedente l’epoca Meiji, immagina qui i sentimenti dell’acqua. Questa, infatti, è come un viaggiatore riconoscente, che mostra gratitudine nei confronti dei contadini per essersi presi cura di lei e per averle concesso di soggiornare nei loro campi per diverse settimane, dicendogli addio più e più volte mentre – liberamente e morbidamente – abbandona questi ultimi, per far ritorno alla sorgente vicina.
Issa pare voler suggerire due significati mediante l’espressione saraba-saraba del rigo mediano: il primo è quello di un “addio” o, comunque, di un commiato (saraba, letteralmente, significa “se così dev’essere, allora sia”), allorché la ripetizione provoca, appunto, un senso di reiterazione; il secondo, invece, è legato a sara-sara, un’espressione onomatopeica utilizzata per rendere il suono di un gorgoglio o mormorio d’acqua, laddove questa scorre veloce, leggera e libera. Il suono dell’acqua che scorre dai campi diviene così la sua stessa voce, un saluto che si ripete ai gentili agricoltori.

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