Un vero haiku Zen, di Marco Pilotto

Quattro chiacchiere sullo “haiku della rana” di Bashō.

Bashō, l’impareggiabile cesellatore di haiku, aveva trascorso tutto l’inverno nel cosiddetto eremo del Banano, da cui derivava anche il suo pseudonimo.
In primavera ricevette la visita di Butchō, il suo maestro Zen. Dopo i convenevoli di rito e una tazza di tè, il monaco e il discepolo fecero qualche passo nel viale e si sedettero sulle pietre coperte di muschio in riva allo specchio dello stagno, dove sembrava che dalla terra scaturisse l’infinito azzurro del cielo. Restarono un momento in silenzio contemplando le kerrie fiorite, immersi in una profonda pace non turbata dal più lieve soffio di vento.
Il visitatore ruppe il silenzio per chiedere:

– Che cosa avete scorto della Legge del Buddha standovene ritirato in questo calmo giardino?
– Certe foglie sono grandi e altre piccole.
– E oggi?
– Dopo l’ultima pioggia, il muschio è ancora più verde.
– E com’era prima di spuntare?

Il monaco aveva appena posto la domanda che, pichan, una rana saltò nello stagno.
Il volto illuminato da un improvviso risveglio al mistero del Vuoto originario, Bashō sussurrò questa semplice frase:

– Salto e tonfo, una rana.

Visibilmente soddisfatto dalle parole del discepolo, in cui risuonava l’eco della verità ultima, Butchō sorrise. Lo salutò, traversò il tranquillo giardino fluttuando come un’ombra nella sua tonaca nera e svanì nel boschetto di bambù. Quando, l’indomani, i discepoli lo vennero a trovare nella sua casupola dal tetto di paglia, Bashō li fece sedere in riva allo stagno. Descritto il dialogo del giorno prima, propose loro di completare la sua ultima risposta per farne un haiku.

… turbando il silenzio, suggerì il primo, in vena di filosofia.
Non abbastanza immaginoso e un po’ ridondante, sentenziò il Maestro.
… sotto le kerrie in fiore, disse il secondo, pensando di dover evocare la stagione.
Bashô storse il naso.
... nel sole calante, azzardò un terzo, desideroso di creare un’atmosfera.

Il Maestro scosse la testa e disse:
– Tutto quello che dite non aggiunge un briciolo di profondità.
E dopo essersi immerso in una meditazione che nessuno osò interrompere, recitò:

Vecchio stagno
salto e tonfo:
una rana.

I discepoli chiusero gli occhi e tentennarono la testa, assaporando l’impareggiabile arte del principe degli haiku.¹

.Quando lessi questo racconto (un paio d’anni fa) per molti versi ne rimasi positivamente sorpreso. Anche oggi nel condividerlo sono titubante se accompagnarlo o meno con qualche spunto osservativo o di critica, atto a comprendere meglio questa forma poetica a noi occidentali ricca d’ombre. Le chiavi di lettura alle quali si apre sono molteplici e talvolta discordanti con quello che finora è stata la nostra dottrina, o meglio, con quello in cui finora (almeno personalmente) mi sono imbattuto. Tralasciando la prima parte, dove si sviluppa una classica discussione Zen quasi del tutto incomprensibile al lettore occidentale, mi voglio soffermare su ciò che, a prova di questo racconto, è stata la nascita del famoso haiku di Bashō:

furuike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Antico stagno!
Salta dentro una rana 
il suono d’acqua.²

Già ci possiamo accorgere di una prima differenza, che sostanzialmente aggiunge un’espressione alla versione proposta da Pascal Fauliot, ovvero “il suono d’acqua” (mizu no oto), donando allo haiku quella profondità che lo stesso Maestro cercava nei suoi discepoli (i quali fallirono) e che, comunque, nel racconto non viene menzionato.

La seconda nota scaturisce dalla parabola sviluppativa di questo haiku, o meglio, dal “momento haiku” fino alla sua enunciazione.

Possiamo forse immaginare che Bashō avesse già tutto chiaro nella sua mente e che proporre di terminare lo haiku ai suoi discepoli fosse ancora una di quelle prove Zen prive di soluzioni. Ma ciò che per me è importante può essere espresso mediante questi due pensieri:

E se uno dei discepoli di Bashō fosse veramente riuscito a trovare il ku mancante soddisfacendo le aspettative del maestro?”

E se il famoso terzo ku fosse veramente frutto di un lavoro mentale successivo del poeta e/o del gruppo?

 È dunque importante separare i due aspetti che, prima della lettura di questo racconto, per me erano inscindibili, ovvero “il momento haiku” e la sua stesura, che può avvenire in un secondo momento, previo anche un ragionamento costruttivo.

Ricordiamo infine Yamamoto Ryōkan, il quale, criticando il grande Maestro, disse: “Nello stagno si tuffa una rana: non il rumore…“:

ara ike ya
kawazu tobikomu
oto mo nashi

Il nuovo stagno.
Salta dentro una rana 
nessun rumore.³

Ancora una volta lo haiku della rana di Bashō crea clamore ed è capace di far nascere oggi, come quattro secoli fa  nuove interpretazioni, discussioni e critiche alla luce di nuovi punti di vista.
Ciò che rimane indiscussa è la sua estrema complessità, bilanciata dalla sua immagine semplice e pulita, racchiusa in tre versi. Infatti, un altro focus importante che possiede questo haiku è che, per la prima volta, troviamo ben distinti in uno haiku tre momenti, tre mondi autonomi ma in intima relazione fra loro. Finora a quel momento le immagini all’interno di uno haiku erano due, e venivano messe in relazione o contrapposte a seconda della volontà del poeta Nella “rana” di Bashō diventano invece tre. Non sono dunque più haiku quelli scritti prima e dopo il Maestro? No di certo, ma ancora una volta Bashō ci dimostra la sua indiscussa grandezza.

Note
¹ Pascal Fauliot, Racconti dei saggi zen, Milano, L’ippocampo Edizioni, 2013 (traduzione dal francese di Vera Verdiani).
² M. Riccò, P. Lagazzi, cur., Il muschio e la rugiada. Antologia di poesia giapponese, Milano, BUR, 1996.
³ Ibidem.

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