Il Kagerō nikki, di Maria Laura Valente

Nel variegato panorama della produzione di nikki 日記 delle dame di corte del periodo Heian, un discorso a sé stante merita il Kagerō nikki 蜻蛉日記, il “Diario di un’effimera”, risalente al X secolo.
Della sua autrice ignoriamo molte cose, tra le quali il suo nome poiché, in ossequio al principio dell’epoca – secondo il quale le donne venivano menzionate e ricordate solo attraverso richiami ai nomi o alle cariche degli uomini della propria famiglia – ella è passata alla storia come Fujiwara no Michitsuna no Haha, ossia “la madre di Fujiwara no Michitsuna”. Di lei sappiamo solo che è la figlia di uno dei tanti notabili di corte, inviato a fare il governatore di provincia, che suo marito è il nobile Fujiwara no Kaneie e che suo figlio si chiama Michitsuna. Ma soprattutto sappiamo che è una donna infelice, poiché la sua relazione coniugale, che non è all’altezza dei suoi sogni e delle sue aspettative, è per lei una fonte costante di delusione ed amarezza.
Nei tre maki 巻 (rotoli di carta o seta sui quali sono vergati i testi, talvolta accompagnati da ricche illustrazioni, nel qual caso assumono il nome di e-maki 絵巻) che costituiscono il lungo corpo del diario, sono narrati ben vent’anni (dal 954 al 974) di accadimenti sia esteriori sia interiori. Ed è proprio in questo che consiste l’elemento di novità e di interesse del Kagerō nikki.
Raccontando la storia del proprio matrimonio infelice, costellato di tradimenti e venato di solitudine, la Madre di Michitsuna tratteggia con dovizia di particolari le infinite variazioni del proprio stato d’animo, nelle quali facilmente può riconoscersi qualsiasi donna che sia stata, almeno una volta nella vita, innamorata dell’uomo sbagliato. Dalla malinconia all’angoscia, dalla gelosia alla frustrazione, dalla rabbia alla delusione, fino alla più nera disperazione, destinata poi a mutarsi in inconsolabile rassegnazione. Senza nulla tacere, l’autrice solleva il velo di pudore ed impassibilità che ammanta l’ideale femminile Heian e rivela quanta tristezza e solitudine caratterizzino la vita di una donna della corte imperiale.
La narrazione degli eventi procede, dunque, di pari passo con l’accurata analisi delle reazioni psicologiche che li accompagnano. Il racconto del progressivo diradarsi delle visite del marito (ricordiamo che in periodo Heian i coniugi non vivevano assieme e l’uomo poteva, dunque, trascorrere con discrezione la notte con altre donne), ad esempio, così come l’episodio del rinvenimento di una missiva indirizzata ad un’altra donna o ancora la storia della notte in cui ella sente la carrozza di Kaneie passare accanto a casa sua senza fermarsi, diretta ad un appuntamento galante: ogni accadimento è accompagnato dalla descrizione dell’inevitabile climax ascendente di emozioni, spesso contrastanti, che esso scatena, trascinando la protagonista in un vortice di sensazioni che la logora nel profondo.
Dopo un’iniziale affiatamento della coppia, in ragione soprattutto dell’incedere del tempo che mina la giovinezza e la bellezza della donna, l’uomo tende sempre più a distaccarsi dalla consorte, dedicando tempo ed energie ad altre donne, più giovani ed attraenti. Il maschilismo imperante nel periodo Heian guida l’agire dell’uomo ed è profondamente radicato anche nelle menti femminili. Ne consegue una notevole disinvoltura degli uomini nell’orientare il proprio interesse verso donne sempre diverse, la qual cosa ferisce profondamente le donne, le quali si sforzano, spesso invano, di considerare naturale il comportamento maschile. Ma quest’opera di auto convincimento non sempre dà i frutti sperati e, inevitabilmente, il confronto e la competizione con le altre donne ha effetti devastanti sull’animo e sulla mente delle mogli ufficiali.
Quest’indagine approfondita dei sentimenti umani in generale e femminili in particolare fa del Kagerō nikki uno dei primi esempi di letteratura autobiografica a sfondo psicologico nel panorama giapponese.
Un elemento di ulteriore interesse nell’analisi del “Diario di un’effimera” è dato dall’improvviso passaggio, nel corso delle narrazione, dall’uso della terza persona a quello della prima. Ciò comporta un intensificarsi dell’immedesimazione con la storia raccontata da parte sia dell’autrice sia del lettore. Gli eventi cessano di essere un’entità esterna da riferire con cronachistica precisione e si trasformano in uno scenario intenso e vibrante, all’interno del quale narratore e lettore si immergono totalmente. Questo cambiamento del punto di vista nasce, presumibilmente, dal bisogno iniziale di distaccarsi dalla storia narrata, cui fa seguito l’irrefrenabile emergere della personalità dell’autrice, che rivendica, forse anche inconsapevolmente, un ruolo di primo piano nell’elaborazione delle proprie memorie. Il testo si apre, dunque, in terza persona ma il tono della narrazione è già evidente, sia pur in forma embrionale:

C’era una volta una donna che conduceva una vita triste ed incerta, i bei vecchi tempi erano ormai definitivamente passati ed il suo stato attuale era indefinibile. Ripetendo a sé stessa quanto fosse naturale che un uomo non attribuisse alcun valore a chi era meno attraente di altri e non particolarmente brillante, lei non faceva altro che andare a letto e svegliarsi giorno dopo giorno. Ma poi le venne in mente, mentre sfogliava i racconti del passato più diffusi in quel tempo, che quelle storie erano soltanto delle trame convenzionali ed inventate, e che invece la gente avrebbe potuto accogliere con maggior favore la novità di un diario scritto da una donna qualunque. Se alcuni si fossero mai chiesti come possa essere il matrimonio con un uomo che si muove nelle più alte sfere della società, lei avrebbe potuto invitarli a trovare qui una risposta. Non aveva ricordi nitidi né del passato più remoto né degli eventi più recenti, ed infine si rese conto che aveva scritto molte cose che avrebbe fatto meglio a tacere.

Dalla lettura di questo incipit, traspare un altro fattore molto rilevante: il movente della stesura di quello che sarà poi il Kagerō nikki sembrerebbe non essere solo il desiderio di condividere la propria triste vita quotidiana, bensì quello di raccontare con sincerità (makoto 誠) la vera vita di una donna sposata ad un nobiluomo. Salta, infatti, agli occhi lo scarso valore attribuito dall’autrice alle storie d’invenzione, improntate alla falsità (soragoto 空言), come i monogatari 物語, poiché tali opere possono rappresentare un momento di evasione ma sono incapaci di mostrare il vero (e spesso spiacevole) volto della realtà.
Tale anelito alla verità non deve, però, far pensare che l’opera sia stata composta con uno scopo di denuncia sociale. L’intera narrazione è totalmente autoreferenziale ed incentrata sulla descrizione, il più possibile sincera, delle reazioni psicologiche dell’autrice alle azioni poco corrette del marito. Nessun afflato proto-femminista, dunque, traspare dalle pagine del Kagerō nikki, bensì un incoercibile bisogno di verità narrativa e di introspezione psicologica.
In virtù di questo aspetto analitico dell’interiorità della protagonista, vera novità per l’epoca, che avrà seguito il “Diario di un’effimera” rappresenta un interessante esperimento letterario che anticipa il romanzo psicologico vero e proprio.

Bibliografia
– Luisa Bienati e Adriana Boscaro, La narrativa giapponese classica, Venezia, Marsilio, 2010.
– Katō Shūichi, Letteratura giapponese. Disegno storico, Venezia, Marsilio, 2000.
– Caitlin Howell, Motivations of the Author of the Kagero Nikki, http://pages.cs.wisc.edu/~caitlin/papers/kagero.htm, 1996.

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