La prima neve, di Nicholas Klacsanzky

Commento a uno haiku di Maria Laura Valente, tratto dal sito Haiku Commentary. Traduzione dall’inglese a cura di Luca Cenisi.

Strada di casa –
sui ricordi d’infanzia
la prima neve

Opera apparsa su Il mio Mandala – Antologia Haiku (Cascina Macondo, 2015) e su Inchiostri d’Autore (Accademia Barbanera Edizioni, 2016), nonché vincitrice del premio La couleur d’un poème (Milano, 9 luglio 2016).

Non conosco bene l’italiano, ma ho molto apprezzato l’adattamento in lingua inglese di questo haiku:

road to home –
first snowflakes fall
on my memories

Il suono “o” in “road“, “to“, “home“, “snowflakes“, “on” e “memories” offre una certa distensione dell’opera poetica, un prolungamento del viaggio dell’autrice verso la propria casa. Inoltre, l’allitterazione creata tra le parole “first” e “fall” dona efficacemente enfasi allo scritto nel suo insieme.
Sebbene questo possa apparire un componimento dai toni nostalgici, è comunque in grado di legarsi perfettamente al momento presente (“la prima neve”). Credo che tale legame contribuisca a creare un senso di introspezione, fondamentale per la consapevolezza di una vita in continuo cambiamento.
Il primo rigo fa riferimento alla “strada di casa”, mentre il terzo verso rimanda a una visione personale in cui quella stessa strada può benissimo rappresentare il percorso dei fiocchi di neve che, dal cielo, si dirigono verso il suolo. Vi è inoltre una stretta connessione tra i ricordi di casa e la neve, poiché in genere i ricordi di casa sono anche ricordi d’infanzia. La prima neve che una persona vede nella propria vita (o la prima nevicata dell’anno) possono dunque simboleggiare l’infanzia dell’uomo: bella, ma allo stesso tempo estremamente fugace.

Un altro aspetto di questo haiku è che i fiocchi di neve servono, in un certo senso, a seppellire i ricordi del poeta, coprendo tutto ciò che questi vede dal finestrino del treno. Ogni visione, per quanto familiare, è rivestita da una solida patina di neve.
Questa vacuità (data dal candore della neve) si lega con naturalezza alle varie dottrine spirituali. Al termine di questo cammino terrestre, infatti – come ci viene insegnato – saremo tutti spogliati del nostro io; saremo cioè un’imbarcazione al servizio di una forza superiore che opera attraverso noi. È una vera e propria cancellazione dell’ego, un passaggio alla coscienza collettiva. Non so se l’autrice abbia voluto suggerire o richiamare questo aspetto ma, in quanto lettore e seguace di discipline spirituali, sono convinto che il collegamento non sia azzardato.
I fiocchi di neve sono “muti”, ma pare che qui la natura voglia dire all’autrice: «dimentica il passato, vivi il tuo presente.» La casa cui sta facendo ritorno il poeta è ancora la sua vera casa? Dove si trova la nostra reale dimora? “Casa” è spesso un concetto astratto, anche se si può trascorrere l’intera esistenza in un determinato luogo fisico.

Ritornando agli aspetti tecnici, l’uso del kireji (“carattere che taglia”, reso in inglese sotto forma di punteggiatura) riesce a separare efficacemente le due parti del componimento. È interessante osservare come l’autrice non abbia fatto ricorso ai punti di sospensione (…) per rendere l’idea di continuità del viaggio. Al contrario, la lineetta è stata verosimilmente impiegata per ingenerare un senso di essenzialità (intesa come presenza attualizzata o “isness”) del momento raffigurato nel lettore.

Il ritmo complessivo dello scritto è infine favorito dalla presenza di tre sole parole per ciascun rigo, le quali contribuiscono a definire il “viaggio” sia nella versione inglese che in quella italiana.
Com’è agevole notare, esistono diversi percorsi di lettura che possono adattarsi a questo haiku, ma è indubbio che in tutti quanti sia presente un senso di stupore dell’attimo colto dall’autrice, in intima relazione con i suoi ricordi più toccanti.

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