Intervista a Valeria Simonova-Cecon, a cura di Maria Laura Valente

Un dialogo su haiku, senryū e renku tra Valeria Simonova-Cecon, redattrice di Ershik ed amministratrice della Pagina Bannō Senryū for Gaijin, e Maria Laura Valente, insegnante e appassionata di letteratura giapponese.

MLV: Cara Valeria, innanzitutto ti ringrazio per avermi concesso questa intervista, grazie alla quale mi sarà possibile affrontare ed approfondire, a beneficio di tutti i lettori, tematiche di grande attualità nel panorama poetico contemporaneo. Sono molte le cose che vorrei chiederti, dunque procediamo con ordine e metodo. Malgrado la tua cultura sia vastissima e il tuo impegno critico e poetico risulti variegato ed eclettico, non si può pronunciare il tuo nome senza pensare immediatamente al senryū, un genere poetico che Italia è ancora relativamente poco noto. Vorresti darne una definizione sintetica, seguita da una spiegazione che illustri i caratteri fondamentali di questo genere, anche attraverso una comparazione con lo haiku?

VSC: Dare una definizione di un genere come il senryū non è facile. Soprattutto perché non si tratta di una forma poetica nata in un preciso momento storico e poi rimasta invariata. Quando parliamo di senryū, fissiamo convenzionalmente la sua nascita al Settecento, ma in questi tre secoli trascorsi il genere si è evoluto a tal punto che, per ogni periodo della sua storia, esiste un termine specifico. I senryū del Settecento vengono chiamati kosenryū (“vecchi senryū”); in seguito, i componimenti di questo tipo hanno assunto il nome di kyoku (“versi pazzi”) e, finalmente, nel ventesimo (e ventunesimo) secolo si è approdati al termine senryū (letteralmente, “salice del fiume”). Sarebbe quindi più facile dare una definizione di cosa, in questo preciso momento storico in Giappone, è visto come senryū. Ovviamente, alcune caratteristiche fondamentali sono rimaste immutate fin dalle sue origini: la struttura metrica di 5-7-5 “sillabe” (morae) giapponesi e una certa “focalizzazione” sul mondo degli esseri umani. In Occidente il senryū è spesso visto come un genere comico a confronto con lo haiku, più serio e nobile. In Giappone la visione è un po’ diversa. Senza limitarsi al carattere umoristico, dicono che il senryū possa rispecchiare tutte le emozioni umane, dalla gioia alla tristezza, dalla rabbia alla felicità. Tra i senryū del ventesimo secolo possiamo, quindi, incontrare poesie molto diverse sia nel tono che nel contenuto, dalle sagaci osservazioni di tipo sarcastico ad esempi di poesia pura. Volendo, potremmo dividere i senryū odierni in due correnti principali: quelli dei mass-media, prevalentemente “pungenti”, e quelli più “artistici” o letterari, dai toni più pacati, che a volte sono indistinguibili da quello che oggi chiamiamo haiku. Riporto due esempi:

取説がないまま結婚四十年
torisetsu ga nai mama kekkon yonjunen

senza nessun
manuale dell’utente
quarant’anni di matrimonio

Shikinomiko

Senryū tratto dal quotidiano Mainichi Shinbun.

己が身も花の中なる花吹雪
ore ga mi mo hana no naka naru hanafubuki

nella pioggia di petali
anche il mio corpo diventa
il cuore di un fiore

Senryū di Murata Shūgyo, considerato uno dei sei grandi poeti di senryū del ventesimo secolo. In realtà, anche tra i senryū dei mass-media si trovano spesso componimenti molto eleganti e poetici (e viceversa).

Facendo il confronto con quello che oggi viene chiamato haiku (preferisco dire così perché anche lo haiku non è una realtà statica, essendo cambiato molto nel corso dei secoli), possiamo affermare che quest’ultimo ricorre spesso ad un linguaggio poetico stilisticamente “elevato”, mentre il senryū viene generalmente scritto in una lingua più simile a quella parlata. Inoltre, gli haiku fanno tesoro del kigo, un termine che indica non solo la stagione, ma funziona come una sorta di parola-chiave che trasmette le tradizioni poetiche dei secoli precedenti. A proposito, alcuni poeti giapponesi preferiscono considerare haiku e senryū non come due generi separati ma come due “scuole”, due movimenti diversi di un unico genere. Se ne parlava già a partire degli anni Quaranta.
Spero di aver risposto alla tua domanda anche se, come vedi, non mi piace fornire definizioni “rigide”, quanto piuttosto affrontare entrambi i generi nella loro prospettiva storica, di per sé complessa.

MLV: Concordo in pieno con le tue parole e, alla luce di questa chiarificazione, non posso esimermi dal chiederti come mai, pur essendo anche una haijin di grande valore (molti tuoi componimenti sono apparsi su riviste di caratura internazionale, quali Modern Haiku, Heron’s Nest, Mainichi Shinbun Tiny Words, solo per citarne alcune, ed hai pubblicato, assieme a tuo marito, Andrea Cecon, la raccolta Family Haikai), il tuo interesse poetico si sia nettamente orientato verso il senryū. Quali sono i motivi che hanno guidato questa tua scelta di campo?

VSC: Non mi considero una haijin di grande valore. Qualche tempo fa ero molto più attiva nel mondo degli haiku (e anche delle tanka), ma scrivere haiku e senryū per me non è una vera vocazione, preferisco lo studio alla composizione. È vero che negli ultimi anni mi sono occupata molto più del senryū che dello haiku. Tutto è nato nel 2012, quando il mio amico Vladislav Vassiliev mi disse: «Guarda, sullo haiku ci sono parecchi studi, libri, traduzioni. Insomma, abbiamo più o meno capito di cosa si tratta. Invece sui senryū si sa pochissimo. Organizziamo una rivista online per suscitare un motivo di indagine di più?» E così abbiamo lanciato la rivista Ershik con un altro paio di amici. Ho capito che, per indagare sul serio, bisogna contattare i senryuisti giapponesi, e per fortuna ero già in grado di comunicare nella loro lingua. Ho cominciato praticamente da zero: inserivo nel motore di ricerca di Google la parola senryū (in giapponese) e uscivano miliardi di risultati, filtravo i siti più seri e contattavo questa o quella organizzazione/club di senryū. Così ho conosciuto una persona importantissima per me, il signor Koryu Takeda, uno dei segretari esecutivi dell’Associazione Giapponese di Senryū (Zennihonsenryukyoukai), nonché membro veterano del più grande Club di senryū di Tokyo, il Kiyari. Lui mi ha messo in contatto anche con una sua allieva di senryū, Junko Oda. Loro mi hanno aiutato moltissimo, facendomi capire come funziona un Club di senryū tradizionale, dove vengono scritti prevalentemente componimenti più “seri” rispetto a quelli dei mass-media. Mi hanno mandato diversi libri di senryū, inclusi alcuni numeri della rivista mensile Kiyari Senryu. In seguito, Oda-san ha scritto anche un articolo su di me, su ciò che faccio e sulla nostra collaborazione. Magari un giorno dovrò parlarne più nel dettaglio… Su Facebook, invece, ho trovato un’altra persona importantissima per me, Takeshi Mizuno, che rappresenta un’altra corrente del senryū, quella umoristica. Anche con lui ho collaborato molto. Ovviamente, la comunicazione con queste persone mi ha motivata ancor più nel mio percorso di studio.
Ad ogni modo, a ben pensarci, il senryū tratta argomenti più seri dello haiku. Voglio  senz’altro raggiungere una comunione (quantomeno poetica) con la natura, ma ancor più importanti per me sono i rapporti con mio marito, con i miei colleghi di lavoro e con gli amici. Mi piace ammirare la bellezza della luna e dei fiori, ma ancor più mi piacerebbe vivere in un Paese economicamente stabile, dove si riesce a trovare un buon impiego e guadagnarmi una pensione dignitosa. So che questa mia affermazione può suonare un po’ provocatoria, ma in realtà anche tra i migliori esempi di haiku ci sono quelli che parlano della quotidianità della vita umana. Sono proprio questi che mi toccano di più.

MLV: Davvero interessante questo resoconto sulla nascita del tuo “periodo senryū”. Non a caso, oltre al tuo costante lavoro compositivo, trovo di grande rilevanza la tua instancabile opera divulgativa degli esiti internazionali del senryū, condotta anche grazie alla tua padronanza delle lingue. Il tuo lavoro di diffusione di conoscenze, però, non si limita al solo fronte del senryū, ma si estende anche alla poesia giapponese classica in generale. Penso, infatti, al tuo recente scritto Un morso nella carne, pubblicato con grande successo all’interno del blog Cinquesettecinque, nel quale, grazie alle tue conoscenze rese più profonde dalla lettura di testi critici stranieri mai tradotti in italiano, approfondisci l’analisi di un controverso haiku di Yosa Buson. Nell’attuale panorama letterario italiano, quale pensi sia l’importanza della diffusione di buone traduzioni sia di opere poetiche giapponesi che di supporti critici approfonditi ed attendibili?

VSC: Faccio pochissimo, in realtà, perché non sono un vero esperto. Per quanto riguarda la lingua e la letteratura giapponese, sono autodidatta e non ho nessun background accademico. Anzi, sono laureata in lingua francese, cosa molto lontana dallo haiku. Ma a volte mi accorgo che anche quel poco che conosco potrebbe essere interessante per i miei amici haijin in Italia, quindi lo condivido.
A quanto pare, abbiamo pochissimi haiku (e/o hokku) giapponesi tradotti in Italiano. Bashō ha scritto circa 2.000 hokku (li chiamo così perché era questo il loro nome all’epoca di Bashō) e moltissimi renga in stile haikai. Quanti di questi abbiamo potuto leggere in Italiano? Issa ha scritto più di 20.000 hokku: quanti sono stati tradotti? E poi, per capirne alcuni aspetti importanti, non basta solo tradurre; occorre anche capire quale messaggio intendevano lanciare ai lettori. Faccio un esempio concreto, la famosa rana di Bashō.

古池や蛙飛び込む水の音
furuike ya kawazu tobikomu mizu no oto

vecchio stagno –
la rana si tuffa
il suono d’acqua

Ci sono molti commenti e interpretazioni a questo hokku, forse il più celebre anche in Italia. Tuttavia, pochi si rendono conto di quello che vedevano in esso i contemporanei di Bashō (oltre a tutti gli altri significati possibili). Il primo “messaggio” che saltava all’occhio era un ribaltamento stilistico vicino alla parodia. Uno dei principi fondamentali della poesia haikai, a quei tempi, era il dialogo con la tradizione antica, elegante e nobile delle waka e renga classiche. Nella tradizione waka, una rana era un’immagine primaverile, legata all’energia e alla giovinezza. Le rane erano particolarmente apprezzate proprio per i loro canti d’amore, durante il periodo dell’accoppiamento. Quindi c’era anche un pizzico di romanticismo. In due parole, il cosiddetto hon-i o “significato originale” attribuito alla rana, nella tradizione classica, era il suo canto vigoroso che trasmetteva un’idea di vitalità. Bashō ribalta questo hon-i classico: la sua rana non canta. Anzi, l’unico suono è quello dell’acqua (quindi il tutto diventa una specie di parodia). All’inizio Bashō scrisse i due segmenti:

古池や蛙飛び込む水の音
kawazu tobikomu mizu no oto

la rana si tuffa
il suono d’acqua

Poi chiese ai suoi amici e discepoli cosa avrebbe potuto inserire come linea d’esordio. Gli hanno consigliato la variante:

山吹や
yamabuki ya

Gli yamabuki sono i fiori di kerria giapponese, che cresce vicino all’acqua e che, nella tradizione waka, veniva spesso associata all’immagine della rana. Ma Bashō rifiutò pure questa associazione stabilita dalla tradizione, scegliendo invece il vecchio stagno.
Dunque, la prima cosa che saltava all’occhio del lettore, in questo componimento, era una specie di ribaltamento della tradizione poetica classica. Ora non abbiamo tempo e modo di spiegare il perché di tale ribaltamento, ma ho citato questo esempio per dimostrare quanto potrebbe essere interessante ed importante conoscere il significato del verso non solo quale componimento “autonomo”, ma anche nel suo contesto storico-culturale. Parlare di vecchi hokku senza capire il contesto in cui sono stati scritti è un po’ come parlare di Dante e Petrarca senza mai menzionare il fatto che hanno gettato le fondamenta di quella che ora è la lingua Italiana.

MLV: Essendo un’insegnante (oltre che un’appassionata) di letteratura italiana, non posso che essere in sintonia con il tuo sentire. L’importanza della contestualizzazione è di capitale importanza per una piena comprensione di un’opera. Tornando adesso alla diffusione della conoscenza del senryū, tu offri in vari modi un notevole contributo in tal senso, anche a livello internazionale; ad esempio, con la gestione della pagina Bannō Senryū for Gaijin, in cui traduci in più lingue “senryū su tutte le cose“, a beneficio di coloro che non parlano il giapponese. O ancora con la pagina Takeshi’s Bannō Senryū, dedicata alla traduzione poliglotta dei componimenti scelti dal senryūista Takeshi Mizuno tra quelli inviati alla sua colonna di senryū che, mensilmente, viene pubblicata sul giornale Town News di Tokyo. Ma importantissimi sono anche i tuoi articoli divulgativi sulle attuali tendenze del senryū in Giappone e nel mondo (penso, ad esempio, al tuo scritto sui sararīman senryū, recentemente pubblicato su Cinquesettecinque). Cosa puoi raccontarci di questa attività di traduzione, che svolgi con costante impegno? E la relazione di amicizia e stima con un autore del calibro di Takeshi-san che importanza riveste nel tuo rapporto con il senryū?

VSC: Per quanto riguarda gli articoli sui vari tipi di senryū (i sarariman senryū, i toilette senryū, i money senryū, gli otaku senryū, ecc.) che abbiamo pubblicato sul blog dell’Associazione, si tratta, in realtà, di estratti da articoli più ampi realizzati per Ershik. Su Facebook gestisco le due Pagine che hai menzionato e traduco regolarmente qualche componimento dal giapponese. A quanto pare, al momento è l’unica fonte “periodica” di traduzioni di senryū giapponesi moderni in una lingua europea. Vorrei avere più energia per poterli commentare meglio e/o pubblicare più spesso.
Takeshi-san è un grandissimo amico, il suo aiuto è fondamentale. In pratica, se non capisco qualcosa – qualsiasi cosa – mi rivolgo a lui.

MLV: Una certa rilevanza nel panorama letterario internazionale ha anche la tua attività di redattrice della rivista russa di senryū e kyoka Ershik (Ёршик), che dal 2012 dirigi assieme a Vladislav Vassiliev e Nataly Levi. Tra i meriti di questa rivista figura sicuramente il voler dar voce a senryūisti di diverse nazionalità, fra i quali si sono recentemente distinti anche poeti e poetesse italiani, alcuni dei quali, fermo restando il loro innegabile talento, devono proprio alla tua guida e al tuo esempio i progressi compiuti lungo questo cammino poetico. Cosa hai provato nel vedere sbocciare questi autori e nel poterli, poi, pubblicare su Ershik?

VSC: Noi siamo la seconda rivista dedicata a senryū e kyoka (una specie di tanka comica) nel mondo occidentale. La prima è Prune Juice (anglofona, prevalentemente americana), mentre da poco è stata inaugurata una nuova rivista americana di senryū, dal nome che non mi piace assolutamente: Failed Haiku (cioè, “haiku non riusciti”). Devo comunque dire che noi, oltre a pubblicare componimenti, prepariamo in ogni numero anche un articolo di approfondimento o un’intervista con un personaggio interessante del mondo dei senryū (o degli haiku). Inoltre, traduciamo molto materiale giapponese. Ovviamente siamo contenti di avere sempre più autori Italiani! È interessante vedere le analogie o le differenze tra senryū scritti in lingue diverse e, quindi, basati su realtà culturali spesso molto diverse tra loro. Questo vale sia per il senryū che per lo haiku: in ogni Paese ci sono dei tratti caratteristici unici. Per esempio, i più “sperimentali” in assoluto sono gli americani, mentre gli italiani sono più tradizionali nel loro approccio. Penso comunque che la cultura e la mentalità italiane possano rivelarsi risorse insostituibili per la letteratura senryū.

MLV: Di pari interesse poetico è stata la tua attività di sabaki (colui che guida il renku, ossia un particolare tipo di poesia a catena) nella creazione del primo junicho italiano, realizzato all’interno del gruppo da te gestito Tè Giapponese, successivamente pubblicato all’interno della rivista Haijin Italia (IV/41). Ci racconteresti questo esperimento letterario, sia sotto il profilo tecnico che sul versante emozionale? Che impatto ritieni che abbia avuto sullo scenario poetico italiano?

VSC: Se ha avuto o meno un certo impatto, sinceramente non lo so, ma spero di sì. In molti dicono che solo partecipando in prima persona a un renku lo si possa apprezzare e ci si possa interessare veramente. Quindi è inutile raccontare i retroscena; piuttosto, venite voi stessi a provare quando ne inizieremo un altro! Spero che questo piccolo assaggio abbia svegliato l’appetito per il renku, almeno in coloro che hanno già partecipato a questa esperienza. Pensate: dire che Bashō è stato un grande poeta di haiku (hokku) è un po’ come dire che Shakespeare è stato un grande autore di sonetti. Sicuramente è vero, ma così dicendo tagliamo fuori una grandissima fetta delle loro opere. Nel caso di Bashō, penso a molte poesie a catena alle quali partecipò e che egli stesso guidò. Makoto Ueda, nel suo libro Matsuo Bashō, scrive che il Maestro riteneva molti suoi discepoli al suo stesso livello nell’arte dello haiku, credendosi invece unico nell’arte della renga.
Bisogna ammettere che nel Giappone odierno il renku è conosciuto e praticato molto meno rispetto allo haiku o al senryū. Però la tradizione esiste, e negli ultimi decenni si è parlato di una specie di rinascita dell’interesse nei confronti di questo genere. Per quanto mi riguarda, il renku mi ha aiutata a capire meglio alcuni aspetti dello haiku e il perché di alcune regole tradizionali. A proposito, proprio adesso sto partecipando al mio primo renku in lingua giapponese, guidato da Taro Kunugi, un amico-haijin di vecchia data. È un’esperienza molto difficile, ma anche molto interessante.

MLV: Dev’essere sicuramente un’esperienza interessante, spero ci terrai aggiornati sul suo sviluppo. Tornando ai positivi esiti nostrani relativi al senryū, credi che in Italia si stia formando una prima generazione di senryūisti? Ritieni che ci sia bisogno di una struttura ufficiale, come un’Associazione o un Club, che si ponga come valido punto di riferimento per quanti desiderino avvicinarsi o perfezionarsi nella conoscenza del senryū? Pensi di poter mettere la tua comprovata esperienza al servizio di tale progetto?

VSC: Forse è ancora troppo presto per parlare di una “prima generazione”, ma sicuramente l’interesse per il senryū sta crescendo e noto con grande piacere che sempre più italiani mandano i propri lavori a Ershik (tra l’altro, alcuni autori Italiani hanno pure vinto il nostro premio per “il miglior senryū del numero”). Mi rendo conto che le mie attività sono un po’ “dispersive”: un articolo qua, una traduzione là… Questo non è molto efficace. Credo che sia necessario fondare una struttura – un Club o un Circolo di senryū – per avere un unico luogo di studio e, se vogliamo, di “allenamento”. Io e Luca Cenisi stiamo ragionando in tal senso, ma al momento non posso dirvi nulla di preciso.

MLV: La tua esperienza nel campo del senryū è vasta e composita, sia come autrice che come critica e traduttrice. In quale di queste vesti ti senti più a tuo agio?

VSC: Mi sento più a mio agio come lettrice di buoni haiku e di buoni senryū. A parte questo, scrivo poco. Ultimamente cerco di produrre più in giapponese, per migliorare la padronanza della lingua, ma anche per sentirmi più vicina ai miei amici giapponesi che altrimenti non potrebbero capire i miei componimenti. Sinceramente, devo comunque dire che condividere quello che ho scoperto o far conoscere agli altri uno haiku o un senryū valido mi dà una grandissima soddisfazione.

MLV: È appena stata pubblicata su Cinquesettecinque una traduzione italiana (a cura di Elisa Bernardinis) a una tua intervista a Takeshi Mizuno, realizzata per la rivista Ershik. Cosa hai provato ad essere tu, questa volta, l’oggetto dell’intervista?

VSC: In verità, mi sento un po’ spaventata dal tuo tono reverenziale! Comunque, preferirei parlarti faccia a faccia, piuttosto che rispondere tramite e-mail. Spero che un giorno potremo fare anche questo.

MLV: La tua umiltà ti fa onore, Valeria. Spero anch’io di approfondire con te questi argomenti vis à vis, magari non solo con una videochiamata, bensì di persona. Ti sono molto grata per avermi dedicato un po’ del tuo tempo per rispondere a queste domande. Prima di lasciarti, viste la tua cortesia e disponibilità, ti chiederei un’ultima gentilezza: vorresti farci dono di alcuni tuoi senryū?

VSC: Vorrei condividerne uno, scritto in giapponese: si tratta di un’opera pubblicata all’interno della colonna Bannō Senryu in stile Nakahata del quotidiano Mainichi Shinbun. Se domani mi cadrà un mattone sulla testa potrete considerarlo come il mio death ku! È abbastanza simbolico:

川柳で人類学のプロになる
senryū de jinruigaku no puro ni naru

grazie al senryū
divento un antropologo
professionista

Il senryū è, prima di tutto, uno studio dell’umanità, della natura umana in tutti i suoi contesti. Per certi versi, potrebbe avvicinarsi all’antropologia… almeno in questo senryū!

ValeriaValeria Simonova-Cecon (classe 1979) vive a Cividale del Friuli con il marito Andrea. Di origini russo-ucraine, è una scrittrice ed appassionata di poesia haikai dal 2004. Redattrice della rivista di senryū e kyōka in lingua russa Ershik, nonché amministratrice e traduttrice della Pagina Facebook Bannō Senryū for Gaijin, ama scrivere senryū, haiku, renku e studiare lingue.
È il primo autore europeo ad essere stato pubblicato all’interno della colonna Bannō Senryu in stile Nakahata del quotidiano giapponese Mainichi Shinbun.
Suoi scritti sono apparsi su diverse riviste specializzate, tra cui: Mainichi Shinbun (Giappone), Town News (Giappone), Heron’s Nest (U.S.A.), Modern Haiku (U.S.A.), Ulitka (Russia), Moonset (U.S.A.), Diogen (Croazia) e The Renga and Renku Journal.
Tra i vari riconoscimenti ricordiamo invece: il primo premio alla V edizione del Bilingual Calico Cat Haiku Contest (secondo premio alla VI edizione), nonché le menzioni d’onore assegnate nel 2009 alla I edizione del Kikakuza Haibun Contest, all’Ito En Ōi o-cha New Haiku Contest e all’Haiku Calendar Ludbreg (2009).

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