Ensō: l’essenza di un simbolo, di Antonio Sacco

Introduzione, tecniche e materiali usati

Per ensō (円相, in giapponese “cerchio”) intendiamo l’immagine di un cerchio che molto spesso ricorre nell’arte Zen. Viene di solito disegnato con inchiostro (sumi) di china su fogli di carta di riso (washi) o su seta con un apposito pennello (fude). I pennelli sono fatti in bambù con peli di vari animali e possono essere di capra, lupo, cinghiale o cavallo. La punta del pennello è assottigliata, caratteristica questa indispensabile nella stesura di un ensō.
La tecnica usata per disegnare un ensō non prevede canoni particolari e non potrebbe essere altrimenti, in quanto disegnare un ensō significa essere un tutt’uno in quel preciso momento in cui si traccia la pennellata con il proprio corpo e il proprio spirito. Si narra a tal proposito la storia di un giovane monaco di nome Hakuin, il quale rimase impressionato dalle pennellate di un vecchio maestro Zen: anche se erano più grezze delle sue, traspariva da esse una maggiore realizzazione interiore, più di quanto non comunicavano le sue pennellate nette e lucide. Ebbe allora a dire Hakuin: «La virtù splende, l’abilità non è importante.» In questo senso, per ciò che riguarda il disegno di un ensō, non abbiamo rigide regole formali: alcuni ensō possono essere chiusi, in altri la pennellata può sfumare lasciando l’ensō aperto; oppure può essere perfettamente simmetrico o molto sbilanciato. Ancora: può essere dipinto con una pennellata sottile e leggera o con una grossa e spessa.
Ciò che conta non è la forma, ma ciò che traspare dalla pennellata.
La cosa importate da sottolineare è che l’ensō viene dipinto in un unico, fluido gesto, senza possibilità di cambiamento o correzione di sorta. Molto spesso gli ensō sono accompagnati da una breve frase dell’autore con la quale egli propone una sorta di “suggerimento” allo spettatore riguardo la natura ultima dei cerchi Zen (san). Uno tra i più famosi è: nore ni te yoshi (“Va bene com’è”), ossia: “Va bene così com’è, sia che sia un cerchio spezzato o perfetto. Un cerchio perfetto non è migliore di uno spezzato.”

La relazione con la lemniscata occidentale e i significati del simbolo

Abbiamo già detto che spesso, ma non sempre, gli ensō vengono lasciati “incompleti”, il cerchio non è chiuso e questo ha un’importante valore allegorico, alludendo, cioè, al fatto che non è contenuto in sé ma che il cerchio si apre all’infinito, a qualcosa di più grande non separato dal Tutto. Sotto questo aspetto l’ensō mostra un’importante analogia con la lemniscata occidentale, simbolo dell’infinito. Vi è nell’ensō, dunque, qualcosa che va al di là di un semplice cerchio dipinto con un unico e fluido movimento: abbiamo allusione all’infinito. Ma non è solo questo il significato di un ensō, i livelli di comprensione e di significato possono essere molteplici, come ad esempio:

  • l’eterno mutamento ciclico, espresso dal cerchio;
  • l’unione tra i due opposti espressa dall’unione del pieno del cerchio con il vuoto all’interno;
  • l’unione dell’inizio e della fine, dell’alfa e dell’omega;
  • la forza, l’Universo, l’Illuminazione, il Vuoto;
  • il simbolo sacro del buddismo Zen.

Al di là dei possibili significati che si possono attribuire ad un ensō, c’è da dire che, nel pieno dello spirito Zen, l’immagine di un ensō è soprattutto il frutto della mente di chi lo dipinge. Ricordiamo il vecchio adagio Zen: «Non lasciare che gli altri ti riempiano la testa con le teorie sullo Zen, scopri il significato da te!» Similmente, un ensō ci permette di guardare dentro, nella mente di chi gli da vita.

La relazione tra gesto artistico e poesia haiku

«Ciascun haiku è come un cerchio, di cui una metà è frutto del lavoro dello haijin, chiudere il cerchio è però compito del lettore.»

Ogiwara Seisensui (1884–1976)

Da questa frase di Seisensui traspare la relazione tra l’ensō e la poesia haiku. Nello haiku diventa di cruciale importanza il concetto di qui e ora, dello hic et nunc, tant’è vero che il Maestro Bashō ebbe a dire: «Lo haiku è semplicemente ciò che sta accadendo in questo luogo, in questo preciso momento.» Nel gesto artistico che porta a dar vita ad un ensō, l’artista si immedesima totalmente e istantaneamente nel qui e ora. Ancora, è lo stesso Maestro Basho che, ribadendo il concetto, dice: «Quando componi un verso, fai in modo che niente allontani la tua mente da ciò che scrivi; la stesura di uno haiku è il frutto di un solo, irripetibile istante, esattamente come l’albero abbattuto da un taglialegna o l’avversario sconfitto dalla lama del guerriero.» La stessa cosa potremo dire che vale per la creazione di un ensō. Ci troviamo, in entrambi i casi, di fronte a un atto di creazione, frutto di un unico irripetibile istante. In una poesia haiku, lo haijin si fa poesia, così come nel gesto artistico di dipingere un ensō l’artista diviene ciò che sta dipingendo, in un atto di immedesimazione totale, un atto di presenza mentale e consapevolezza. È, in entrambi i casi, un atto di unità con quello che si sta facendo e vivendo, non c’è più distinzione tra soggetto percipiente e oggetto percepito: il soggetto diviene l’oggetto e l’oggetto il soggetto. Non si tratta più di descrivere una determinata scena, nello haiku, ma di essere la scena stessa, così come non si parla più di dipingere un semplice cerchio ma di esserlo. Scrive He Shao Ji (1799–1873): «Lo spirito deve essere tondo e il principio con cui si scrive è il cerchio.»
Nell’arte Zen – e nella cultura giapponese in genere – il vuoto ha una grande importanza. Quando c’è il vuoto può succedere tutto. Ma è sempre nel mezzo, è l’intervallo tra due cose, lo spazio tra due oggetti, il silenzio tra un suono e l’altro. Un momento di vuoto, di sospensione è fondamentale prima di tracciare un ensō. Così come il non-detto nella poesia haiku ha un valore assolutamente cruciale che si manifesta con un registro lessicale specifico (vuoto di parole?). Infatti in giapponese esiste una parola specifica per esprimere il concetto di usare il minor numero di parole significanti in un haiku: yohaku 余白 (“dimensione vuota”). Più che descrivere, più che dire apertamente in un haiku si suggerisce al lettore, si viene così a creare un “vuoto” che sta al lettore colmare. D’altronde, nel simbolo dell’ensō abbiamo proprio il connubio del vuoto con la pienezza.

L’estetica del vuoto (ma) e il wabi-sabi

La pratica spirituale di dipingere gli ensō al fine di raggiungere una maggiore consapevolezza di se stessi è chiamata hitsuzendō (筆禅道, “Via del pennello”). Molti artisti tengono per questo un apposito diario quotidiano dei loro ensō. Inoltre, dipingere gli ensō esemplifica i concetti di estetica wabi-sabi (la bellezza delle cose imperfette) nelle loro varie dimensioni: fukinsei (“asimmetria”, “irregolarità”), kanso (“semplicità”), kōko (“essenzialità”), shizen (“naturalezza”), datsuzoku (“libertà”), e seijaku (“tranquillità”).
Un ensō, anche con tutte le sue imperfezioni, è paradossalmente una manifestazione della perfezione. È perfetto così com’è, in tutta la sua imperfezione (una perfetta imperfezione!).
Per questo motivo l’ensō suggerisce allo studente di buddismo Zen (e non solo) di smettere di perfezionare e lasciare l’Universo di così com’è. Quando crediamo di essere arrivati a una destinazione finale lungo il cammino, l’ensō ci ricorda di iniziare di nuovo esattamente nel punto in cui siamo ora e di abbracciare e godere le nostre esperienze uniche (e proprio per questo in sé perfette) nel cammino della vita.

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