Intervista ad Andrea Cecon, a cura di Antonio Sacco

Un dialogo su haiku e haibun tra il Vicepresidente dell’Associazione Italiana Haiku (AIH) Andrea Cecon e Antonio Sacco, haijin e autore della raccolta In ogni uomo un haiku.

AS: Oltre che un affermato haijin, sei un pioniere del genere haibun in Italia. Tu che hai viaggiato molto, ci puoi dire se c’è un viaggio in particolare che, per qualche ragione, ti ha segnato o magari “trasfigurato” in senso umano e poetico? E, di riflesso, c’è uno haibun al quale sei particolarmente legato?

AC: Innanzitutto grazie per questo riconoscimento riguardo il genere haibun. Personalmente credo che ogni viaggio, indipendentemente dall’elemento che lo contraddistingue, abbia la capacità di cambiarci in un certo modo. Sempre personalmente, ci sono stati sicuramente dei viaggi che mi hanno cambiato sia da un punto di vista umano che, conseguentemente, poetico: penso ad esempio all’India e, soprattutto, alla Russia. Al mio ritorno da questi Paesi ho scritto diversi haiku e haibun, spesso nati in forma embrionale direttamente in quei luoghi o durante il viaggio. Come autore sono legato a diversi dei miei haibun, ma forse uno al quale sono particolarmente affezionato è Cartoline da Kiev, haibun in due parti che nacque in Italia ma con pensieri e sensazioni assolutamente legate al Paese che fa da scenario allo haibun stesso, cioè l’Ucraina. I recenti e tragici accadimenti politici mi portarono a riallacciare i contatti con degli amici e con i parenti di mia moglie, incontrati in quel Paese prima della guerra. A ben vedere, considero questo haibun una sorta di risposta emotiva alla tensione accumulata nei giorni più caldi del conflitto.

AS: Quali sono, secondo te, le cause del crescente interesse verso l’arte giapponese e la poesia haiku in particolare, data la così grande distanza nel tempo e nello spazio della cultura nipponica dall’Occidente?

AC: Senza dubbio direi un certo gusto per l’esotismo, che da sempre è tipico delle società opulente. Ma esotismo a parte, aggiungerei quella componente sempre affascinante e seducente dell’essenzialità. Bisogna certo aggiungere che, se è comprensibile la fascinazione esercitata da certe forme d’arte nipponiche, è un po’ più difficile capire (ed accettare) che dietro ad esse ci sia una disciplina che spesso richiede una devozione assoluta.

AS: Nell’impianto poetico di uno haibun la prosa dev’essere asciutta, distaccata, essenziale: si dice che essa debba suggerire piuttosto che mostrare esplicitamente, in modo da lasciare un senso quasi di incompiuto per poi esplodere nella realizzazione lirica dello/degli haiku. Nei tuoi haibun preferisci che lo haiku sia una giustapposizione diversamente collegata al testo in prosa o preferisci che vada al di là della prosa, come un passaggio ulteriore, portando il lettore un passo più in là nel resoconto?

AC: Dipende molto dallo haibun. Alcuni studiosi anglosassoni e yamatologi aggiungerebbero che lo (o gli) haiku non debbano in alcun modo riportare elementi già presenti nella prosa. Io opero in maniera piuttosto libera in questi casi. Ritengo che molto dipenda dall’andamento della parte in prosa e dallo haiku stesso. Noto effettivamente che molti degli haibun meglio riusciti nei quali mi sono imbattuto seguono il principio precedentemente citato, ma non è sempre così. In ogni caso cerco una sorta di giustapposizione tra prosa e poesia.

AS:

Spiaggia deserta –
le reti sono piene
di tramontana

Questo tuo haiku, in particolare, mi ha colpito per forza espressiva e per la fine ricerca della giustapposizione d’immagini (toriawase) che in questo caso particolare si armonizza nella torihayasi, prendo spunto da quest’ultimo haiku: sappiamo che lo haiku è un componimento semplice e complesso al tempo stesso: come fondere il semplice col complesso senza che ne risulti una forzatura del componimento stesso? Come vi si relaziona Andrea Cecon in fase compositiva?

AC: Credo che una possibile risposta possa essere la continua ricerca espressiva fuori da ogni luogo comune. Per spiegarmi meglio, mi riferisco a ciò che nella poetica haikai viene chiamato atarashimi, ossia il concetto di novità portato in poesia. Per esperienza personale, ho notato come, seguendo pedissequamente lo stile classico degli antichi maestri, si incorra spesso nel rischio di forzare uno schema che ha già dato molto nel corso del tempo. Lo haiku che mi presenti – nonostante ci sia molto affezionato e nonostante la riuscita toriawase – appartiene ad un modo di scrivere che osservavo anni fa e che lentamente (ma inesorabilmente) sta cedendo il passo. Ultimamente scrivo molto di meno, ma “cesello” con maggiore attenzione gli haiku sui quali lavoro, come il seguente:

ventata calda
la pala eolica
si ferma piano

che poco ha da spartire con il successivo (al quale sono comunque molto legato), nato nello stesso periodo:

lunga estate
un profumo di fiori
che non conosco

Nel primo haiku la pala eolica sostituisce egregiamente un mulino a vento (che mi venne in mente durante la prima stesura), senza nulla togliere alle sensazioni comunque suggerite dall’immagine nel suo complesso. Al giorno d’oggi forse è più facile imbattersi in una pala eolica che in un mulino a vento, che avrebbe senz’altro aggiunto un elemento di pittoresco romanticismo, ma che risulta decisamente anacronistico. Il secondo haiku richiama stilisticamente quello utilizzato come esempio per questa domanda, anche se la toriawase è meno forte. Aggiungo che, in fase compositiva, resto ancora molto legato allo schema sillabico 5-7-5 il quale – anche se meriterebbe un approfondimento a parte – rimane invariabilmente alle mie origini come haijin italiano.

AS: «La continua ricerca espressiva fuori da ogni luogo comune.» Beh, oserei dire che questa tua risposta sia in netta antitesi con ciò che vediamo pubblicato sui vari gruppi di poesia haiku nei social network. Personalmente, mi sono spesso imbattuto in componimenti dai quali traspare la superficialità e la fretta con i quali sono stati elaborati. Componimenti privi di ogni valore estetico, stereotipati o, peggio, con connotazioni “a effetto” che ricercano lo stupore in cose straordinarie.
In merito al proliferare di questi gruppi di appassionati sui social network, cosa pensi di questo fenomeno al quale stiamo assistendo? Che consiglio daresti a chi vorrebbe avvicinarsi a questo genere poetico?

AC: Grazie per aver colto la palla al balzo con questa domanda! Consiglierei senz’ombra di dubbio, di “maneggiare” con cura e attenzione le reti sociali. Penso che la ricerca debba essere qualcosa di molto personale ed, in certo qual senso, una questione privata. Per quanto sia innegabile (nonché auspicabile) il sano confronto con altri appassionati, il rischio di “eccedere” è sempre dietro l’angolo. Moderazione, resta sempre la parola d’ordine in questi casi.

AS: Alla luce della tua carica di Vicepresidente dell’Associazione Italiana Haiku, come pensi si stia muovendo la poesia haiku italiana nel panorama della letteratura mondiale?

AC: Sicuramente si sta muovendo. Negli ultimi anni, grazie anche alle iniziative promosse dall’AIH stessa, ho notato con piacere il collocarsi di certi autori italiani nel panorama haiku internazionale. Siamo ancora distanti dalle posizioni raggiunte da altri autori anglofoni e non, ma i primi passi sono stati decisamente compiuti. Spero che gli italiani si aprano sempre di più verso questo mondo, anche se so che non è affatto semplice. Molto spetterà ai singoli autori, questo è sicuro.

AS: Tra le molte riviste che hanno pubblicato i tuoi lavori si annoverano: The Heron’s Nest, Mainichi Daily News, Chrysanthemum, Tinywords, Ulitka, Paper Wasp Contemporary Haibun On-line. Quale messaggio vorresti mandare con la tua poesia? Cosa vorresti trasmettere agli altri con i tuoi scritti?

AC: Non cerco di mandare alcun messaggio preciso. Quello che cerco di trasmettere – e che ho sempre cercato di comunicare – è il mio amore per questa piccola ed essenziale forma di poesia. Un amore che resiste ormai da una dozzina di anni abbondanti.

AS: Ho letto molte tue interviste a grandi haijin (vedi quelle ad Alenka Zorman, a Dietmar Tauchner, a Metod Cesek e altri): che effetto fa passare da intervistatore a intervistato?

AC: Mi fa davvero piacere che vengano ricordate le interviste che feci a Lubiana, in Slovenia! Una piccola esperienza che mi ha fatto riflettere e della quale conservo sempre un bel ricordo. Nel corso di quel reading, al quale venni invitato, non ci fu molto tempo per intervistare tutte le persone che mi ero prefissato di raggiungere, promettendo ad alcuni di ricontattarli online, una volta ritornato in Italia. In quell’occasione capii che l’intervista è un’arte che va realizzata con assoluta cura, attenzione e dedizione. Per questa ragione sono estremamente contento di questa bella e non superficiale chiacchierata, ringraziandoti davvero di cuore.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Andrea Cecon, udinese di nascita, vive con la moglie Valeria a Cividale del Friuli. Formatosi professionalmente come tecnico audioprotesista, scrive haiku dal 2003. Pubblicato in diversi Paesi del mondo, ricopre la carica di Vicepresidente dell’Associazione Italiana Haiku (AIH) dal 2013.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...