Un morso nella carne, di Valeria Simonova-Cecon

Recentemente ho avuto occasione di lettere un articolo sulla poesia haiku. Si trattava di un articolo interessante, scritto con cura e dedizione, ma in cui purtroppo erano presenti diversi errori ed equivoci (sicuramente non intenzionali, ma derivanti dalla mancata consultazione di fonti italiane serie ed affidabili sull’argomento).
Tra altre cose, veniva citato e commentato un famoso haiku di Yosa Buson, erroneamente definito come un’opera priva di riferimento stagionale. Senza divagare su altri argomenti, vorrei soffermarmi su questo bellissimo componimento, impiegandolo anche per illustrare un aspetto importante dello haiku in generale e del concetto di kigo 季語 in particolare:

身にしむや亡き妻の櫛を閨に踏む
mi ni shimu ya naki tsuma no kushi o neya ni fumu

nella mia stanza pesto
il pettine che fu di mia moglie –
nella mia carne un morso

Il kigo usato in questo haiku è un’antica espressione, usata ancora nella poesia waka 和歌: mi ni shimu (身にしむ), traducibile in italiano come “nella mia carne un morso”. Letteralmente potrebbe essere tradotta anche come “penetrare profondamente nel corpo”; comprendo, dunque, le difficoltà del traduttore (la versione italiana sopra riportata è a firma di Elena Dal Prà), che ha saputo trovare una via interpretativa bella e poetica, ma che purtroppo non rende giustizia all’originale, specie senza un’adeguata spiegazione.
Nella quarta antologia imperiale di waka (il Goshūi wakashū 後拾遺和歌集 del 1086) l’espressione viene impiegata per la prima volta:

風の音の身にしむばかり聞ゆるは我が身に秋やちかくなるらん

kaze no ne no
mi ni shimu bakari
kikoyuri wa
waga mi ni aki ya
chikaku naruran

il suono del vento
penetra profondamente nel corpo
e solo ascoltandolo
capisco senza alcun dubbio
che l’autunno si avvicina

Anonimo

In questa waka l’espressione “penetra profondamente nel corpo” viene legata al vento d’autunno, freddo e intenso, che sembra penetrare nelle profondità. Da questa associazione nasce la parola (anzi, in questo caso, un’intera espressione) che senza menzionare direttamente l’autunno funge comunque da indicazione stagionale. Dopo che l’associazione è stata stabilita, chiunque utilizzi il termine in questione sarà compreso da quei poeti che condividono con lui (o con lei) lo stesso patrimonio culturale.
Nel saijiki 歳時記 moderno il kigo autunnale mi ni shimu viene inteso come quell’espressione che esprime «il percepire profondamente nel corpo il freddo dell’autunno e la solitudine». In questo modo, un lettore preparato “leggerà tra le righe” la presenza della stagione e l’allusione alla poesia classica, sia waka che haiku (molti altri haijin prima di Buson hanno usato questo kigo, Bashō compreso).
Inoltre, il ricorso a questo kigo – in associazione con immagini legate al freddo autunnale derivante dal vento – crea nello hokku un senso metaforico che di certo dona spessore al componimento, arricchendolo con un’allusione letteraria e un retrogusto particolarmente apprezzabili.

Il morso del pettine è freddo e penetrante come un ricordo triste, come il vento autunnale. Forse, per rendere giustizia a questo componimento, sarebbe opportuno tradurlo in maniera diversa, ricorrendo all’immagine del vento o del freddo autunnale, sebbene questi elementi non siano espressamente menzionati nella versione originale del testo. Questa è la forza e la funzione del kigo: oltre ad essere un’indicazione della stagione, esso crea un legame intertestuale che concorre a definire l’atmosfera poetica complessiva, ovvero quella sensazione che tradizionalmente è legata al kigo in questione.

il morso del vento d’autunno –
nella camera da letto pesto il pettine
che fu di mia moglie

Una piccola curiosità: nel momento in cui Buson scrisse questo haiku, la moglie era ancora viva e vegeta.

One thought on “Un morso nella carne, di Valeria Simonova-Cecon

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