L’amore ai tempi delle antologie imperiali, di Maria Laura Valente

I riferimenti poetici nella corrispondenza amorosa di epoca Heian.

Le relazioni amorose nel Giappone dell’epoca Heian (794-1185) corrono sul filo della comunicazione poetica. Poiché gli amanti si incontrano raramente e per fugaci momenti, la conversazione vera e propria avviene per via epistolare, attraverso la preparazione di raffinate missive in cui brevi prose si alternano a versi vergati con elegante grafia su carta preziosa e profumata. Le waka 和歌 racchiuse in questi plichi – composte ad hoc sia per dar voce a sentimenti e stati d’animo sia per saggiare le capacità compositive della persona amata – fanno spesso riferimento, in modo più o meno velato, a liriche racchiuse nelle antologie imperiali. Tali rimandi servono a chiarificare le emozioni dello scrivente, ragion per cui l’immediato riconoscimento dei versi citati risulta fondamentale per una corretta prosecuzione della conversazione amorosa. Se ciò non avviene in modo puntuale, non di rado l’interesse tende a scemare. Per converso, quando ad ogni allusione poetica corrisponde una pronta comprensione e, conseguentemente, un’adeguata risposta, la passione amorosa si rinvigorisce ed il legame intellettuale si rinsalda.
Un efficace esempio di come le citazioni poetiche si inseriscano nel delicato tessuto di una conversazione amorosa, è l’Izumi Shikibu nikki 和泉式部日記, che mostra le molte sfaccettature di una relazione sentimentale nata e cresciuta su carta da lettera. Gli scambi epistolari tra la celebre poetessa e il principe imperiale Atsumichi, (fratello del precedente amante della donna, Tamekata, prematuramente scomparso), sono punteggiati di numerosi riferimenti a famose liriche di un passato più o meno recente, divenute celebri nell’ambiente cortigiano di Heian-kyo. Le citazioni più numerose rimandano alle antologie imperiali, segnatamente al Kokin waka shū 古今和歌集1 (undici2), al Shūi Waka shū 拾遺和歌集3 (sei4) e al Goshūi Waka shū 後拾遺和歌集5 (una6), di cui si offriranno di seguito alcuni esempi contestualizzati7.
All’inizio del diario, incontriamo la Dama smarrita in uno stato d’animo malinconico, dal quale la riscuote un dono di Atsumichi, un ramo di mandarino privo di accompagnamento verbale. Izumi sussurra allora un verso tratto da una bellissima waka anonima contenuta nel Kokinwakashū (III, 139):

satsuki matsu
hana tachibana no
ka o kageba
mukashi no hito no
sode no ka zo suru

Come sento la fragranza
del fiore di mandarino
che attende il cuore dell’estate
mi sovviene il profumo delle maniche
di quella persona che mi fu cara

La poetessa è certa che l’omaggio floreale del principe alluda proprio a questi versi e voglia riferirsi alla sua nostalgia per il defunto Tamekata. Compone, allora, di getto una waka che segnala il suo desiderio di non indulgere più ai ricordi ma di sperimentare un nuovo amore, nella speranza che esso non si riveli inferiore al precedente:

kaoru ka ni
yosouru yori wa
hototogisu
kikabaya onaji
koe ya shitaruto

Più che ricordare
con il profumo dei fiori
vorrei ascoltare il cuculo
per vedere se la sua voce
è uguale a quella che conosco

Più avanti nel testo, Izumi compone ed invia al principe una waka sul tema delle piogge del mese di Maggio:

yomosugara
nanigoto o ka wa
omoitsuru
mado utsu ame no
oto o kikitsutsu

Durante tutta la notte
a chi mai potevo pensare
mentre ascoltavo
il rumore della pioggia
che batteva sulla finestra?

In calce a questi versi, la poetessa aggiunge:

Nonostante fossi al coperto, le mie maniche erano incredibilmente bagnate.

Questa frase è un riferimento ad una toccante waka di Ki no Tsurayuki, contenuta nel Shūiwakashū (XV, 958), che affronta il tema delle lacrime versate dall’amante infelice che ne inzuppano le maniche malgrado egli sia in casa, al riparo dalla pioggia:

furu ame ni
idete mo nurenu
waga sode no
kage ni inagara
hijimasaru kana

Se esco fuori
sotto la pioggia
non si bagnano le mie maniche
che sono inzuppate
anche qui al coperto

Dinanzi ad una citazione così raffinata, la stima di Atsumichi per la Dama non può che aumentare considerevolmente, al pari del suo amore per lei.

Occasionalmente, nelle pagine del nikki di Izumi Shikibu, i colti rimandi alle antologie imperiali non figurano in una missiva poetica bensì nei pensieri stessi dei personaggi. È ciò che accade, ad esempio, ad un certo punto del testo, quando la protagonista, desolata per non aver ricevuto per giorni notizie di Atsumichi, trascorre una notte insonne, persa nel ricordo dell’amato. All’improvviso giunge un servo che reca una lettera del principe e la Dama, sorpresa e felice, si chiede se non sia stato forse il suo cuore a destarlo. Questo è un riferimento ad una poesia del Goshūiwakashū (XIV, 785), composta dal monaco Dōmyō:

yona yona wa
me nomi sametsutsu
omoiyaru
kokoro ya yukite
odorokasuramu

Notte dopo notte
senza chiudere occhio
vi penso e mi chiedo
se il mio cuore è venuto
a svegliarvi

In un’occasione, una waka del Kokinwakashū viene citata esplicitamente ed integralmente nel testo del Diario. Si tratta di un componimento anonimo (XIV, 695) che, nell’antologia imperiale, fa parte di un gruppo di tre liriche consecutive sul tema del desiderio maschile di avere un incontro amoroso con la donna dei propri desideri. Nel nikki di Izumi, la lirica viene citata durante gli accorati scambi di vedute tra gli amanti in merito all’eventualità che la Dama si trasferisca nella dimora del principe. Atsumichi, dopo aver tentennato sulla questione, colto da un estemporaneo desiderio di prendere i voti, ha un subitaneo ripensamento che determina un impetuoso ritorno di fiamma. Per esprimere al meglio la propria passione, egli si avvale delle parole di questa celebre lirica:

ana koishi
ima mo miteshika
yamagatsu no
kakiho ni sakeru
yamato nadeshiko

Ah, che anelito!
Potessi ora rivedere
quel tenero fiore di garofano
sbocciato nella siepe
della dimora di un montanaro

Lo yamato nadeshiko, che è noto anche come tokonatsu, è un garofano selvatico con cinque petali rosa dagli orli increspati. In virtù dell’assonanza con il verbo accarezzare (nazu), questo fiore rimanda all’immagine di una fanciulla amata ed enfatizza il tema centrale della poesia, il desiderio di amorosi conversari.

Leggendo e riconoscendo questi versi, Izumi Shikibu si lascia travolgere dall’impeto della passione del principe e gli risponde a tono con una waka (tratta questa volta non da un’antologia imperiale bensì dall’Ise monogatari 伊勢物語) che manifesta la sua piena disponibilità ad un incontro:

koishiku wa
kite mo miyo kashi
chihayaburu
kami no isamuru
michi naranaku ni

Se mi desiderate così tanto,
venite allora a trovarmi.
La strada dell’amore
non è certo interdetta
dalle divinità impetuose

Come si evince da quanto sin qui esposto, la conoscenza (o meglio, la piena interiorizzazione) dei canoni poetici veicolati dalle antologie imperiali è condicio sine qua non per intrecciare relazioni amorose di alta caratura intellettuale, oltre che sentimentale.

Note
1  Il Kokin Waka shū, spesso abbreviato in Kokinshū, composto nel 905 sotto l’imperatore Daigo, è la prima delle ventuno antologie imperiali di epoca Heian, note nel loro insieme come Nijūichidaishū 二十一代集.
2 In ordine di apparizione nel testo: III, 139; XIV, 705; XX, 1093; XVIII, 934; XIX, 1061; XVIII, 950; XV, 752; XVIII, 952; XV, 761; XVII, 905; XIV, 965;
3  Il Shūi Waka shū, spesso abbreviato in Shūishū, composto nel 1005 sotto l’imperatore Kazan, è la terza delle ventuno antologie imperiali di epoca Heian. Articolato in venti volumi, contiene 1351 poesie.
4  In ordine di apparizione nel testo: XI, 672; XV, 930; XV, 958; VIII, 435; XIII, 761; XVIII, 1107.
5 Il Goshūi Waka shū, spesso abbreviato in Goshūishū, composto nel 1086 sotto l’imperatore Shirakawa, è la quarta delle ventuno antologie imperiali di epoca Heian. Contiene 1351 poesie.
6  XIV, 785.
7  Nel nikki in esame, figurano, inoltre, quattro riferimenti al Kokinwakarokujō 古今和歌六帖, una citazione dalla silloge privata di Ki no Tsurayuki ed un rimando all’Ise monogatari.

Bibliografia
– I. Sagiyama (a cura di), Kokin waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Edizioni Ariele, 2000.
– C. Negri (a cura di), Diario di Izumi Shikibu, Venezia, Marsilio Editori, 2008.

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