Lo haiku tra Ottocento e Novecento

Già verso la fine dell’Ottocento, diversi poeti giapponesi iniziarono ad avanzare ipotesi di “modernizzazione” del genere haiku, da molti considerato troppo vincolato a regole e formalismi ormai divenuti anacronistici e, dunque, incapaci di render conto dei mutamenti socio-economici avvenuti negli ultimi secoli di storia. Tra tutti, merita di essere ricordato Kawahigashi Hekigotō (1873-1937), forse il più importante allievo della scuola di Masaoka Shiki insieme a Takahama Kyoshi (1874-1959), il quale teorizzò l’apertura di questo genere poetico alle implicazioni innovatrici del simbolismo, movimento artistico che, come noto, era fondamentalmente basato su uno scandagliamento lirico dell’ignoto e sulle suggestioni prodotte da parole e simboli. Lo stile dei suoi scritti, definiti, non a caso, shin keikō haiku 新傾向俳句 o “haiku di nuova tendenza”, infatti, erano caratterizzati da una profonda novità estetico-concettuale e da una tensione verso lo sperimentalismo assolutamente unica nel suo genere, ricca di varianti ed eccezioni al genere (prima fra tutte, l’abbandono dello schema metrico in diciassette on 音, in favore di un registro espressivo più libero:

林檎をつまみ云ひ尽くしてもくりかへさねばならぬ
ringo o tsumami ii-tsukushite mo kurikaesaneba naranu

masticando mele
ogni cosa, anche se detta,
va ripetuta

Questo suo programma di “rinnovamento” letterario, in parziale rottura con i canoni poetici tradizionali, venne ulteriormente estremizzato dai suoi allievi, in particolar modo da Ogiwara Seisensui (1884-1976), che abolì ogni prescrizione relativa ai saijiki 歳時記, alle tematiche stagionali e, finanche, alla regolarità metrica della forma, con ciò concretizzando un deciso allontanamento dalle convenzioni del genere:

空をあゆむ朗朗と月ひとり
sora o ayumu rōrō to tsuki hitori

camminata celeste
la luna chiara
da sola

In tale contesto, dominato da un totale stravolgimento delle regole che, come accennato, derivava dall’esigenza di aprire lo haiku al soggettivismo e ad una più marcata aderenza alle strutture economiche e sociali dell’era contemporanea, s’inserisce anche la figura di un altro “grande” della storia nipponica: Takahama Kyoshi. Questi, lungi dall’abbandonare la propria linea di pensiero ed, anzi, più che mai intenzionato a preservare il valore della “riproduzione oggettiva” o kyakkan shasei 客観写生, coniò la celebre definizione di haiku che è oggi conosciuta come kachōfūei 花鳥諷詠 (il fascino della natura come epicentro della poesia): «scrivere di haiku significa parlare di fiori e di uccelli.» Per lui, infatti, lo haijin doveva recuperare un senso di aderenza poetica alla natura letta nella sua immediatezza e in comunione con le voci dei grandi Maestri del passato; per queste ragioni i suoi scritti sono stati definiti anche kongen haiku 根源俳句 o “haiku delle origini”, baluardi di un metodo espressivo basato fondamentalmente sulla rappresentazione oggettiva della realtà.

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