La cartella del professore, di Kawakami Hiromi

Approfondimento di lettura a cura di Maria Laura Valente

KawakamiL’incontro con la scrittura di Kawakami Hiromi è stato oltremodo piacevole e, a tratti, sorprendente. Il suo stile nitido, essenziale, puntiforme accompagna in modo assai appropriato il quieto snodarsi della trama tra le imprevedibili anse dell’esistenza umana. Un lessico semplice ed incredibilmente poetico nella sua assenza di artificiosità. La quotidianità della Tokyo contemporanea, sospesa tra modernità e tradizioni, ci viene dipinta da un occhio lucido e disincantato, pronto però a velarsi in un attimo, come la luna di primavera, sotto l’influsso di un’emozione sincera ed incoercibile.
La protagonista, Omachi Tsukiko (da tsuki 月, “luna”, e –ko 子, suffisso che indica la femminilità del nome), non è una giovane eroina in cerca dell’amore. È una donna sulla soglia dei quarant’anni, lavoratrice, single, priva di romanticismo e di smanie erotiche. Indipendente («Una donna che si versa il sake da sola…»). Quieta, la sua vita corre in tondo a velocità contenuta, una yamanote 山手線 umana che non devia dalla propria routine e non salta mai le proprie fermate: la casa, il lavoro e la nomi-ya 飲み屋 (localino tradizionale giapponese) di Satoru, quella di fronte alla stazione. Solitudine è la sua parola totemica

Ero sola. Da sola prendevo l’autobus, da sola camminavo per le strade, da sola facevo la spesa, da sola andavo a bere qualcosa.

Altrettanto lenta e scandita da ritmi costanti è la vita del protagonista, un professore di lingua e letteratura giapponese nel liceo frequentato, lustri addietro, da una distratta Tsukiko con trecce e seifuku 制服 (l’arcinota divisa scolastica nipponica). Passeggiate nei mercatini delle pulci, letture, la festa dei ciliegi in fiore organizzata dagli insegnanti, la nomi-ya di Satoru. E la sua cartella da insegnante in mano. Sempre. Il suo nome, Matsumoto Hatsuna, compare di rado nel romanzo, poiché Tsukiko, alla cui voce è affidata la narrazione, preferisce chiamarlo prof.

Ufficialmente sarebbe il professor Matsumoto Hatsuna, ma io lo chiamo prof. Né signor professore né professore. Solo così: prof. […] Professor Matsumoto qua, professor Matsumoto là… per quanto lo senta e lo risenta chiamare così non riesco a convincermi che si tratta di lui, del mio prof.

In ossequio ai canoni dell’analisi del testo letterario narrativo, dovrei dire che il delicato equilibrio dei protagonisti si spezza con il loro incontro, una sera come tante, nella solita nomi-ya, dando così inizio alle peripezie che condurranno al finale, passando per la spannung. In verità, però, a me pare che l’incontro di queste due anime erranti inauguri sin da subito un nuovo, fragile equilibrio. Particolare poiché non calcolato, non definito. Precario, poiché non atteso e non compreso. Dolcissimo, poiché intessuto dell’esile filo della semplicità, dell’ariosa assenza di trita retorica, del disvelamento di sé stessi.
Sia come sia, i loro binari quotidiani si affiancano senza fondersi, tra consueti incontri non concertati da Satoru, estemporanee escursioni montane in cerca di funghi e sorprendenti sessioni di archeologia esistenziale nelle credenze del prof.

Non riesco a gettar via le cose – […] – Guardi qua… – ha detto mentre disfava il nodo che legava i sacchetti e ne tirava fuori il contenuto. Erano delle pile, un gran numero di pile elettriche. Su ognuna una scritta fatta col pennarello nero ne indicava l’uso: rasoio, orologio, radio, torcia. […] Gli dispiaceva buttar via le pile che si erano scaricate lavorando per lui, poverine.

Lungo il nuovo tragitto, condiviso quasi sempre per caso, si stagliano nuove fermate: il pasticcio dei Giants, la professoressa Ishino, l’ex compagno di classe Kojima. Il tutto, mentre la luna («È la stessa del tuo nome – ha osservato Kojima alzando lo sguardo al cielo») aleggia sul mondo, indisturbata.

– Insomma, che cosa siete, voi due? –

È la schietta domanda, la piccola curiosità, il grande interrogativo che gli interessati non riescono ad articolare e che prende forma e vita nelle parole vacillanti di un ubriacone molesto.
La risposta non è semplice né immediata e l’autrice ci guida alla sua scoperta al ritmo dei tuoni della stagione delle piogge, negli ultimi capitoli del romanzo.

Ho apprezzato molto quest’opera di Kawakami Hiromi, la prima tradotta in lingua italiana. Lo stile narrativo dell’autrice (nata a Tokyo nel 1958 e molto nota in patria come romanziera, critica letteraria e saggista) mi ha piacevolmente intrattenuta, quanto la trama stessa dell’opera, cui l’età non più verde dei personaggi conferisce una maggiore intensità.
In queste pagine, la giovinezza appartiene unicamente alla natura, all’avvicendarsi delle stagioni, dipinte sempre con tratti puri, freschi, vivi.
La sensazione di piena immersione nel microcosmo giapponese più autentico è davvero vibrante.
Da quest’opera, è nata la graphic novel Gli anni dolci che Jiro Taniguchi ha tratto da La cartella del professore, edita in Italia in due volumi dalla Rizzoli Lizard.
Sempre dal romanzo Sensei no kaban – insignito nel 2001 del prestigioso Premio Tanizaki – è stato tratto un dorama ドラマ diretto da Kuze Mitsuhiko, un tanpatsu 単発 per la precisione, ossia un TV movie trasmesso il 16 febbraio 2003 sull’emittente televisiva satellitare WOWOW.
Nel cast figurano Koizumi Kiyoko ed Emoto Akira, rispettivamente nei panni di Tsukiko e del prof.

Dati editoriali
Titolo originale: Sensei no kaban
Autore: Kawakami Hiromi
Prima edizione giapponese: 2001

Titolo italiano: La cartella del professore
Traduzione: Antonietta Pastore
Prima edizione italiana: Einaudi, 2011
Pagine: 175 (Glossario escluso)
Prezzo: Euro 18,50
ISBN: 9788806198817

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