Haiku: la poesia dell’immagine, di Toni Piccini

Il presente saggio è stato pubblicato per la prima volta sul blog di Alessandro Canzian (alessandrocanzian.wordpress.com) il 26 gennaio 2016, come parte dell’articolo Haiku – Il fiore della poesia giapponese e viene qui riproposto, con lievi modifiche, per gentile concessione dell’autore e dell’editore.

Mi sono appassionato e ho iniziato a comporre haiku più di dieci fa. Aver partecipato a più Festival Internazionali dedicati a tale poesia mi ha permesso di conoscere ed entrare in contatto con alcuni dei più grandi haijin (“poeti di haiku”) e studiosi della materia: è stata una grossa fortuna, poiché mi ha dato la possibilità di approfondire ulteriormente questa poetica.
Leggibili anche in più volte e indipendentemente l’una dall’altra, ho diviso questo scritto in tre parti:

  1. Caratteristiche e spirito
  2. Storia e forma
  3. Peculiarità
Caratteristiche e spirito

Nella composizione d’un haiku devono venire rispettati i seguenti punti:

  • Esclusione dell’Ego: anche quando si scrive in prima persona – raramente – si diventa funzionali alla composizione, ovvero si diviene complemento e non si rimane protagonista, non l’elemento su cui si focalizzerà chi legge.
  • Essenzialità: non vi deve essere alcuna parola inutile o in sovrappiù, viene assolutamente evitata la ridondanza: l’haiku rifugge da trucchi per “catturare” chi lo legge.
  • Semplicità: l’haiku è una poesia che usa parole semplici, la sua comprensione dipende dalla libertà mentale del singolo, non dal suo grado di cultura: deve poter essere compreso tanto dal professore universitario quanto dall’analfabeta, indi i riferimenti culturali vanno evitati, tranne nel caso di componimenti dichiaratamente dedicati o scritti in tributo a.
  • Universalità: vale quanto scritto per la semplicità, poiché deve poter essere compreso in ogni parte del mondo.
  • Evitare il giudizio: nel testo non devono essere presenti né il concetto di positivo né quello di negativo, l’haiku non afferma ciò che è “bene” né ciò che è “male”.
  • L’haiku non deve contenere un concetto né proporre un’idea: è una poesia che mostra, non che dimostra, né vuole convincere; l’interpretazione del testo è a totale libertà del lettore.
  • L’haiku non contiene narrazioni né affermazioni, ma porge immagini: ovvero, non “è così” ma “questo”. Parimenti non contiene imprecazioni né sfoghi personali.
  • L’haiku non ha titolo: per non dare indicazioni e conseguentemente influenzare il lettore.
  • L’haiku esclude la rima: onde evitare di “catturare” facilmente il lettore, sviandolo dal contenuto.
  • L’haiku si basa sulle due immagini o sull’immagine che contiene e sulla capacità evocativa del lettore, che diviene così parte attiva: la sensazione attraverso l’immagine e ciò che essa produce nel lettore è elemento primario dell’haiku. Le immagini possono essere contrastanti e sono separate dal kireji, ovvero il “carattere che taglia”, il quale determina uno stacco all’interno del testo: tale stacco (kire) viene solitamente indicato col trattino o altro segno d’interpunzione o è desumibile durante la lettura.
  • Fondamentali sono la giustapposizione d’immagini che l’haijin propone e la capacità evocativa del lettore (determinata da vissuto, capacità d’immaginazione e profondità personali) da cui le sensazioni vissute durante la lettura e la conseguente vibrazione interiore.

Citerò ora quanto affermato da Ban’ya Natsuishi e Jim Kacian, che reputo i più grandi haijin e studiosi della materia viventi.
Secondo Ban’ya Natsuishi, «l’haiku dovrebbe suggerire, contribuire a svelare il mistero, i misteri della vita» (da un’intervista di Poets International del 2006) ed elemento essenziale dell’haiku è il kire: «l’haiku, forma di poesia estremamente corta, deve includere un “kire” (“una rottura o un salto con l’immaginazione”) per lasciare il proprio spazio vasto come un universo. Oltre a ciò, il poeta haiku deve avere uno spirito libero per realizzare tale “kire”.»
Jim Kacian, nel suo lungo articolo First Thoughts – A Haiku Primer del 2006 scrive: «Tuttavia, pur se gli haiku possono esplorare lo spazio interno, non sono per natura personali. Gli haiku non sono poesie in cui scriviamo di noi stessi, non sono un’altra forma di poesia confessionale; in realtà, sono momenti in cui il poeta perde la propria autocoscienza a causa di una identificazione con il suo soggetto…» E prosegue affermando: «L’haiku è un tentativo di oggettivare la realtà, e guardare verso l’esterno piuttosto che verso l’interno.»

Relativamente a ciò riporto qui, pur se non li reputo i suoi migliori, cinque haiku di Ban’ya Natsuishi, tratti da Pellegrinaggio Terrestre – Earth Pilgrimage (Milano, Albalibri), scritti durante un viaggio in Europa (il primo in Italia, il secondo in Slovenia, due a Parigi e l’ultimo in Turchia):

Scatti di luce
dal ventre della morte –
noi vagabondiamo

Nebbia, pioggia, tuoni
e per tutta la notte
canti nuziali

Compleanno a Parigi:
una lampadina
cade

Una candela spenta
silenziosamente sulla sabbia-
mezzogiorno

Nella grotta delle ceneri
un’icona di Cristo
in fuga dall’inferno

e cinque monoku (“haiku di una sola linea”), di Jim Kacian, tratti da Where I Leave Off – Waar ik ophoud (Ed. t’schrijverke), scelti per mostrare una forma raggiunta dall’haiku nella sua evoluzione:

Tra le statue il resto della storia

Dovendo ancora dire le parole fuori forte la solitudine

Il divario tra qui e là io

Bottiglia vuota il passato è successo qui

Il ronzio del colibrì tutto ciò che potrei vedere

Storia e forma

Pubblicato nel 759, il Man’yōshū (“Raccolta di diecimila foglie”, la più antica raccolta di poesie giapponesi) tra le sue 4496 poesie conteneva anche il waka (poi chiamato tanka e dal quale sarebbe sorta la “poesia a catena” o renga), una forma poetica di 31 on, divisi in 5 versi di 5-7-5-7-7 unità fonetiche.
Nel XVII secolo, Matsuo Bashō (1644-1694), letterato, monaco Zen e poeta viaggiatore il cui vero nome era Matsuo Munefusa, contribuì alla nobilitazione dello hokku (la prima strofa della renga, ossia com’era inizialmente chiamato l’haiku), consolidando due regole base:

  1. l’essere composto da 17 on in sequenza di 5-7-5;
  2. contenere un kigo, ovvero un elemento della natura che rimanda a una specifica stagione;

a cui associare stati d’animo quali:

  • il sabi: il distacco, la calma, la bellezza della solitudine intesa non come tristezza, ma come possibilità di riflessione, di non-possesso;
  • il wabi: il risveglio interiore, l’amore per l’imperfezione, il saper cogliere la bellezza delle cose semplici, il rifuggire l’apparenza, l’arroganza e l’ostentazione;
  • il mono no aware: il senso della transitorietà, la comprensione del mutamento legato allo scorrere del tempo e la precarietà delle cose, senza sofferenza;
  • lo yūgen: “profondità e mistero”, l’insondabile che la mente umana può percepire, cogliere, ma non spiegare a parole.

Le prime due regole (l’essere composto da 17 on in sequenza di 5-7-5 e contenere un kigo) – sostituendo gli on con il concetto di “sillaba” – sono comunemente conosciute come regole base dell’haiku, anche se non andrebbero prese come “Vangelo”, poiché lo stesso Bashō compose haiku con un numero di sillabe non corrispondente a 17 sillabe, tra cui l’ultimo, scritto in punto di morte, che ne contiene 18.
Il più conosciuto haiku di Bashō (e in assoluto) è:

Nel vecchio stagno
si tuffa una rana
il suono dell’acqua

Di Basho riporto anche il seguente:

Erba d’estate
ciò che resta dei sogni
di tanti guerrieri

Sono quattro quelli che vengono considerati i grandi “maestri giapponesi”. Nell’ordine, con un haiku per ciascuno, dopo Bashō vi sono Yosa Buson (1716-1784):

Torno a vederli
fiori di ciliegio
sono già frutti, nella sera

e Kobayashi Issa (1763-1828):

Ero, soltanto
ero, intorno
cadeva la neve

Dopo Issa l’haiku conobbe un periodo un po’ stantio, che terminò grazie all’opera di Masaoka Shiki (1867-1902):

Io parto
tu resti –
due autunni

L’opera di Shiki fu fondamentale, al di là delle sue composizioni, poiché, senza variarne lo spirito rivendicò per l’haiku due elementi fondamentali:

  1. la libertà del numero di sillabe (pur rimanendo sempre nella brevità);
  2. la non obbligatorietà del kigo (l’elemento della natura che rimanda ad una stagione), sostituito con elementi della vita umana e del quotidiano.

Shiki pone così le basi per quello che verrà poi definito “haiku moderno” o “modern haiku”, che, sviluppandosi, si affiancherà all’haiku “classico” o “classic haiku“, il quale continuerà a seguire le regole poste da Bashō.
L’operato di Shiki tocca non solo l’haiku (è lui a dargli questo nome, poi rimasto nel tempo) riportandolo agli antichi fasti, ma si estende alla tradizione poetica giapponese, che ne riceve una considerevole rivitalizzazione. Tale rinascita porta, poco a poco, a una diffusione dell’haiku fuori dal Giappone: fra i primi ad avvicinarsi è Ezra Pound, il quale oltre ad affermare che «l’immagine è di per sé il discorso. L’immagine è la parola di là del linguaggio formulato», ne dà evidente prova nella sua poesia In una stazione della metropolitana, scritta nel 1913: due versi, quattordici parole e nessun verbo descrivono un momento nella stazione Concorde, a Parigi:

L’apparizione di questi volti nella folla;
Petali su un umido, nero ramo.

L’haiku si diffuse poi tra i poeti surrealisti, in primis Paul Éluard, e nel corso del tempo molti poeti si sono avvicinati a tale forma poetica sino a scriverne di propri (il più conosciuto è Jorge Luis Borges). Un movimento che si avvicinò molto all’haiku fu la Beat Generation, particolarmente con Allen Ginsberg, che ne fu studioso e compositore, e ancor di più con Jack Kerouac, che compose più raccolte fra il 1956 e il 1966; questi fu un forte sostenitore della libertà di tema e numero di sillabe nella composizione del testo, rifacendosi a quanto sostenuto da Shiki.
Tra i suoi haiku ricordo ora questo, che si avvicina a un kōan (semplificando tale termine, “domanda che non ha risposta”, usata nel Buddhismo Zen):

Un calcio a vuoto
alla porta del frigo –
si chiude lo stesso

Per quanto concerne l’Italia vanno citati fra i primi Giuseppe Ungaretti e Umberto Saba. L’interesse del poeta triestino lo portò a comporre nel 1927 Intermezzo quasi giapponese, ristampato alcuni anni fa, i cui “simil-haiku” contenutivi sono in realtà d’interesse più storico che artistico. Altrettanto non si può dire di alcuni “haiku” di Ungaretti, tra cui:

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia

Non è altresì corretto definire la sua celebre Soldati come haiku, infatti:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

per essere un haiku dovrebbe (oltre ad eliminare il titolo) assumere una forma simile a questa:

Autunno
foglie sugli alberi
i soldati

o:

Soldati –
foglie sugli alberi
in autunno

Stesso discorso vale per Ed è subito sera di Quasimodo, da taluni erroneamente ritenuta assimilabile ad un haiku, infatti:

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di Sole:
ed è subito sera.

che per essere un haiku dovrebbe (oltre ad eliminare il titolo) assumere una forma simile a questa:

Solo
trafitto da un raggio di sole
e subito sera

o:

Solo, trafitto
da un raggio di sole
e subito sera

Fra i famosi poeti italiani che hanno composto degli haiku vanno ricordati Andrea Zanzotto e Edoardo Sanguineti.

Venendo ai giorni nostri, l’haiku si è diffuso e viene praticato in tutti i continenti, a livello generale e non solo da un’élite poetica.
Fuori dal Giappone e dall’Asia, le zone in cui ciò è più presente sono il Nord America (dove sono state fondate più associazioni) e l’Europa dell’Est, particolarmente in Romania, ove vengono pubblicati diversi periodici dedicati all’haiku.
Per quanto concerne il web, troviamo molti siti di associazioni sparse in tutto il globo, dedicati a tale poetica.

Peculiarità

Giocando con le parole, potremmo dire che un haiku è ciò che rimane al lettore una volta elaborate le sensazioni prodotte dalle immagini presenti nel testo.
Venendo a più semplici note, tanti haiku sono composti da un istante («l’istante che si fa verso»): può sembrare poco, ma è un istante che colpisce dentro, una freccia che raggiunge l’inconscio, lo muove, lo scuote, anche risvegliando parti sopite o aprendo porte a stanze non ancora conosciute.
Nel 2008, alla prima edizione del Tokyo Poetry Festival, fui tra gli haijin cui venne chiesto, dopo i reading, un intervento parlato sull’haiku. Nel mio discorso posi l’attenzione su come l’haiku non manipola il lettore (o l’ascoltatore) ma ne tocca le parti non consce, saltando oltre il pensiero. Parte primaria del nostro pensiero sono le immagini. Quando qualcuno ci racconta qualcosa, noi costruiamo una o più immagini e tramite queste pensiamo, realizziamo quanto ci viene detto. In breve: costruiamo/focalizziamo il nostro pensiero sull’immagine visualizzata in base a come una cosa ci è stata presentata/raccontata.
Chi vuol “regolare” la nostra vita e il nostro pensiero è a conoscenza di ciò, indi sa come manipolarci. Il “gioco” è semplice: basta “presentare” un fatto, un evento, una situazione, ecc. nel modo più consono affinché visualizziamo un’immagine che ci conduca poi al “pensiero che vogliono farci pensare”.
L’haiku è antitetico a ciò: con le sue immagini non ricorre al pensiero, ma raggiunge direttamente il nostro inconscio senza indicargli alcuna direzione, indi quella che scegliamo è nostra e solo nostra. Quanto appena scritto implica che il lettore o l’ascoltatore sono parti libere e attive, non manipolabili.
Mentre dopo la lettura di una poesia può esserci, da parte del lettore, un’adesione più o meno profonda (ad esempio, per similitudine di esperienza vissuta) o una riflessione più o meno profonda (ad esempio, per una presentazione della realtà “ampliata” o diversa da come percepita fino a quel momento), quando un haiku tocca il lettore dà luogo a un’ attivazione cui segue un libero movimento della nostra parte profonda (nel corso degli anni mi è capitato più volte di osservare come lo stesso haiku causasse sensazioni e stati d’animo diversi in chi l’aveva appena ascoltato).

Concludo sottolineando che queste mie riflessioni non intendono in alcun modo affermare la superiorità o l’inferiorità di valore e/o d’importanza di una poetica rispetto a un’altra, sono solo l’evidenziare una peculiarità propria della poetica haiku.

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