Kishimoto Suifu, di Valeria Simonova-Cecon

Kishimoto Suifu (岸本水府, 1892-1965) è stato uno dei cosiddetti rokudaika (六大家) o “sei grandi scrittori di senryū”. Già all’età di 17 anni cominciò a inviare i suoi scritti alle colonne di senryū dei vari giornali. Per molto tempo lavorò come PR Manager in ditte di cosmetici, vestiti e dolci. Viene tutt’oggi considerato come uno dei fondatori del “copyrighting” in Giappone. Nel 1923 Kishimoto Suifu fu tra i principali fondatori della rivista mensile Bangasa (番傘, bangasa è un ombrello fatto di carta ruvida, senza decorazioni, usato principalmente dagli uomini). Durante la seconda guerra mondiale la pubblicazione della rivista venne interrotta, per riprendere subito dopo la fine del conflitto. Ancora adesso la rivista e l’associazione di senryū Bangasa rientrano tra le più noti ed importanti del Giappone, con molte filiali sparse su tutto il territorio nazionale.

髪の毛の出た飯母のせいにする
kami no ke no deta han haha no sei ni suru

Per un capello
nella ciotola di riso
incolpano la madre

ぬぎすててうちが一番よいという
nugisutete uchi ga ichiban yoi to iu

A casa
niente di meglio che spogliarsi
gettando gli abiti

恋せよと薄桃いろの花がさく
koi seyo to usumomoiro no hana ga saku

Innamoriamoci!
Di un color pesca chiaro
si aprono i fiori

奈良七重ひねもす鐘の鳴るところ
nara nanajū hinemosu kane no naru tokoro

I sette templi di Nara –
non si fermano le campane
per tutto il giorno

Nella vecchia capitale del Giappone, Nara, si trovano i Sette Grandi Templi, una famosa meta per i pellegrini. Una volta giunti sul posto, i visitatori suonano una campana speciale. Con tanti templi e molti pellegrini, i suoni delle campane si sentono dunque in continuazione.

ものおもひお七は白い手を重ね
monoomoi oshichi wa shiroi te o kasane

Persa nei pensieri
prega Oshichi unendo
le candide mani

La storia di Oshichi, figlia di un fruttivendolo, è una vicenda molto popolare nel teatro tradizionale di burattini (jōruri 浄瑠璃) ed è basata su eventi realmente accaduti durante il periodo Edo. Nella Capitale, composta da edifici costruiti principalmente in legno, erano piuttosto frequenti gli incendi. A seguito di uno di questi la famiglia di Oshichi perse la casa e fu costretta a trasferirsi presso uno dei templi della città, dove la ragazzina si innamorò di un giovane aiutante del prete. Dopo un certo periodo la casa fu ricostruita e la famiglia del fruttivendolo lasciò il tempio. Oshichi, ancora follemente innamorata, provò dunque a causare un altro incendio, nella speranza di essere di nuovo trasferita nel tempio dove abitava la sua metà, ma venne scoperta e giustiziata (bruciata sul rogo, secondo le severi leggi in vigore al tempo). La storia di questa giovane innamorata divenne molto popolare e tre anni dopo la sua morte Ihara Saikaku la citò nel suo libro di racconti Cinque donne che amavano l’amore. Vent’anni dopo, la storia di Oshichi divenne infine un pezzo per il teatro jōruri.

涙ぐむ時に箒の手がとまり
namidagumi toki ni hōki no te ga tomari

Quando mi commuovo
si ferma la mano
che tiene la scopa

A che cosa starà pensando il protagonista di questo senryū, mentre fa le pulizie nel cortile? Si sarà forse commosso di fronte alla bellezza delle foglie cadute che sta spazzando?

口紅をすぼめて嘘をいったあと
kutibeni o subomete uso o itta ato

Dopo una bugia
diventano più sottili
le labbra col rossetto

頬かむりの中に日本一のかほ
hōkamuri no naka ni nihon ichi no kao

Incorniciato
da un foulard – il più famoso
volto del Giappone

Questo senryū fu scritto nel 1935, per commemorare la morte di un famosissimo attore del teatro kabuki, Nakamura Ganjiro. In una delle sue scene più celebri, era solito mettersi in testa un foulard, adottando una camminata molto particolare. Questa scena riscuoteva sempre un grande successo di pubblico.

電柱は都へつづくなつかしさ
denchū wa miyako e tsuzuku natsukashisa

File di tralicci –
verso la Capitale,
la nostalgia

東京の中から江戸をみつけ出し
tōkyō no naka kara edo o mitsukedashi

Scopro
nel centro di Tokyo
la vecchia Edo

Edo è l’antico nome di Tokyo.

桐の下駄苦労しぬいたお正月
kiri no geta kurō shinuita oshyōgatsu

Con tanta fatica
comperati per l’Anno Nuovo
i geta di paulonia

I geta 下駄 sono i sandali tradizionali giapponesi. I modelli più comodi (ed anche più costosi) erano quelli prodotti con il legno della pianta di paulonia. A Capodanno era d’uso vestirsi da capo a piedi con indumenti e accessori assolutamente nuovi, ma non sempre era facile rinnovare completamente il proprio guardaroba.

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