Il suono della montagna, di Kawabata Yasunari

Una lettura di Maria Laura Valente allo Yama no oto 山の音, nella versione italiana curata da Atsuko Ricca Suga (Bompiani, 1969).

YasunariLe storie che Kawabata Yasunari ci racconta, nei suoi romanzi e racconti, sono spaccati di esistenze quotidiane in bilico tra realtà attesa e realtà vissuta. Storie sospese sul filo di una narrazione misurata, nuda di ridondanze, lessicalmente sobria, arricchita, però, da un rincorrersi di venature psicologiche ed intimistiche che la percorrono interamente, potenziandone la carica semantica. Sullo sfondo di un Giappone concreto, quotidiano, ricco di ritualità per noi occidentali così distanti e affascinanti, estenuato dall’impari confronto tra vecchio e il nuovo, si muove una piccola folla ordinata di personaggi, ciascuno con il proprio, metaforico furushiki gonfio di sogni infranti, di crucci e di rassegnazioni più o meno quiete.

Ne Il suono della montagna, l’attenzione di Kawabata si concentra sulla famiglia Ogata e sulla sua lenta ma ineluttabile dissoluzione, filtrata attraverso lo sguardo malinconico dell’anziano capofamiglia, Shingo, nella cui casa a Kamakura egli vive con la moglie Yasuko, il figlio Shuichi, la nuora Kikuko e, da un certo momento in avanti, anche con la figlia Fusako (fuggita da una fallimentare relazione coniugale) e le sue due bambine.
Con i membri del proprio nucleo famigliare, Shingo ha un rapporto di distaccata consuetudine, priva di un profondo ed appagante attaccamento emotivo.

Da ragazzo, Shingo si era innamorato della sorella di Yasuko. Quando la sorella morì, Yasuko si recò dal cognato per sbrigare le faccende domestiche ed accudire al bambino. Si impegnò con assoluta dedizione. Desiderava prendere il posto della sorella morta. […] La sorella maggiore era così bella che era difficile credere che le due ragazze fossero figlie degli stessi genitori. […] Ma il cognato finse di non capire i sentimenti di Yasuko e si disperse in divertimenti e sregolatezze. […] Shingo capì la situazione e sposò Yasuko.

Quando nacque Fusako, Shingo attese segretamente che diventasse una bella ragazza prendendo dalla zia morta, ma Fusako crebbe più brutta di Yasuko. Il sangue della sorella maggiore non rifiorì nella vita continuata dalla sorella minore e Shingo fu colpito da una delusione che non poteva rivelare alla moglie.

Non erano passati due anni dal matrimonio e Shuichi aveva già un’amante. Era incomprensibile per Shingo. Diverso dal giovane provinciale che era stato Shingo, Shuichi non sembrava soffrire né per le sue passioni carnali né per i suoi sentimenti amorosi. Shingo non era riuscito a indovinare quando suo figlio aveva conosciuto la donna.

Unica eccezione a tale paradigma di distanza è il rapporto di profondo affetto che lo lega alla moglie del figlio; dolce, umile, servizievole. Giovane. E bella. La sua presenza, le sue costanti premure, il suo impegno domestico sono la grande consolazione di Shingo.

Per Shingo, Kikuko significava una finestra aperta nella famiglia piena di problemi. […] Quando vedeva la giovane nuora si sentiva salvo. […] Essere buono con la nuora era come un lume fioco acceso nella solitudine tetra di Shingo […] sentiva una tenera dolcezza nel voler bene a Kikuko.

Come un sottile fil rouge, la delicata tristezza di Shingo per la propria impotenza dinanzi alla deriva etica dei suoi familiari si snoda attraverso l’intero romanzo, amplificandone il senso di sospensione del giudizio e dell’azione.

Non solo non riusciva a condurre i suoi come avrebbe desiderato, ma si sentiva incapace di guidare se stesso.

Shingo sente su di sé il peso della necessità, da lui costantemente elusa, di intervenire negli infelici menage coniugali dei figli. Ma la sensazione di commettere un’esecrabile intromissione glielo impedisce.

Marito e moglie costituiscono […] una specie di palude spaventosa che succhia all’infinito i peccati di entrambe le parti.

Su questa base di umana concretezza si innestano tratti irreali, come l’elemento onirico. Malgrado l’insonnia senile, le notti di Shingo sono spesso animate da sogni in cui l’etereo contatto fisico con giovani e anonime fanciulle si intreccia alla condivisione del cibo con amici ormai defunti. Accanto a queste visioni, compaiono altre suggestioni, ai limiti del surreale, come la storia di Kitamoto, che perse il senno nel rifiuto della vecchiaia (Non è facile dire se ha cominciato a strapparsi i capelli bianchi perché era pazzo o viceversa), quella del loto che fiorì dopo duemila anni, o quella della maschera del teatro No, che acquistava vita e fascino quando indossata e mossa (Devi muoverla, altrimenti non acquista espressione) dall’impiegata Tanizaki o da Kikuko.

Queste minime, impercettibili deviazioni dall’ordine razionale delle cose rimandano inevitabilmente alla Suprema Follia dell’ultimo conflitto mondiale, il crudele spartiacque, il cui ricordo soffuso permea ogni più nascosto recesso della narrazione e che trova corpo vivo e dolente nell’immagine delle vedove (e delle mezze-vedove) di guerra, con le loro vite invisibilmente mutilate, incapaci ormai d’incanalarsi ancora nel regolare fluire della vita.

Ogata Shingo percepisce con dolorosa lucidità il crepuscolo della propria epoca (La legge promulgata dopo la guerra aveva stabilito come unità fondamentale della famiglia il marito e la moglie, abolendo il vecchio concetto del rapporto genitori-figli quale filone centrale della casa), in cui confluisce la consapevolezza del declinare della propria esistenza (Non sono più capace di annodare la cravatta. Ho dimenticato come si fa).
Intanto, su tutto, aleggia una leggera sensazione di silente e ineluttabile tragedia veicolata da impercettibili profezie non verbali, come il rumore del riccio di castagna caduto durante le sue nozze. Oppure il grido della piccola Satoko e le sue compulsioni violente. O il presagio più intenso e delicato insieme: il suono della montagna…

L’altra notte stavo prendendo il fresco con la persiana aperta, e ho sentito qualcosa come il suono della montagna. […]
Può suonare una montagna? – domandò Kikuko – Mi pare di averlo sentito da te, mamma, una volta. Hai detto che sentisti suonare la montagna quando stava morendo tua sorella. […]
Shingo rabbrividì. Era imperdonabile non averci pensato prima.

Nel 1968, Kawabata Yasunari (1899-1972) è il primo scrittore nipponico a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura grazie alla “sua abilità narrativa che esprime con grande sensibilità l’essenza del pensiero giapponese“.
Nelle sue pagine, il Giappone più autentico si manifesta nelle sue connotazioni più schiette e reali. Un’epifania limpida, pura. Come nelle pellicole di Ozu Yasujiro, alle quali spesso, durante la lettura, il pensiero corre istintivamente.
Ed è stata proprio una delle attrici favorite del cineasta realista, Hara Setsuko, ad aver prestato il proprio volto ad Ogata Kikuko nella versione cinematografica de Il suono della montagna, diretta nel1954 da Naruse Mikio. Al ruolo della giovane nuora di Shingo, la Hara ha infuso la propria maestria drammatica, che si può ammirare in numerosi film quali Viaggio a Tokyo (Tokyo monogatari), Tarda Primavera (Banshun), Tardo Autunno (Akibyori), solo per citarne alcuni.

Dati editoriali
Titolo originale: Yama no oto
Autore: Kawabata Yasunari
Serializzazione in Giappone: 1949-1954

Titolo italiano: Il suono della montagna
Prima edizione italiana: Bombiani, 1969
VII edizione Bompiani Tascabili: 2004
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Pagine: 286

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