Joryū nikki bungaku, di Maria Laura Valente

Un approfondimento sulla letteratura diaristica femminile di epoca Heian.

L’organizzazione sociale androcentrica dell’epoca Heian (794-1185) estrometteva le donne dalla vita politica e dall’apprendimento diretto della lingua cinese, forma di comunicazione ufficiale, in campo burocratico ed artistico, riservata agli uomini. Questa condizione limitante si rivelò, tuttavia, l’humus ideale per la nascita e lo sviluppo di una parallela letteratura femminile autoctona, la cui composizione in kana (forma di scrittura fonetica scaturita dalla semplificazione dei caratteri cinesi), venne definita onnade («mano femminile»). Ne risultarono diversi generi letterari, tra i quali il joryū nikki bungaku («letteratura diaristica femminile»), il cui portato, il nikki («diario, cronaca giornaliera»), presenta caratteristiche peculiari, non sempre assimilabili alla concezione occidentale di diario.

In primis, è d’obbligo rilevare che, diversamente dai coevi diari maschili di stampo prettamente oggettivo e cronachistico, i nikki si configurano piuttosto come delle narrazioni intimistiche di taglio lirico e psicologico, artisticamente costruite a posteriori sotto il segno della ricerca estetica. In tali opere, il resoconto della vita della protagonista assurge non di rado a paradigma etico per le giovani donne destinate ad intraprendere la carriera di nyōbō («dama di corte»). Un’esistenza appartata, schermata da paraventi, cortine ed infiniti strati di tessuto, che rivela un endocosmo in fervente attività: lo studio della calligrafia e dei canoni poetici, la composizione lirica, l’esercitazione musicale, la preparazione dei profumi con cui irrorare la carta da scrittura e, soprattutto, il culto l’amore, sia vissuto e coltivato tramite la corrispondenza poetica oppure solamente sognato, frutto immaginario della lettura dei coevi monogatari («racconti»). Il joryū nikki bungaku è stato relegato dalla critica in un ambito marginale fino agli albori del XX secolo, quando la pubblicazione della prima storia moderna della letteratura giapponese (Kokubungaku zenshi: Heiancho hen, 1905) ne operò una rivalutazione, segnalando i nikki come essenziale contributo, al pari dei monogatari, alla creazione della letteratura nazionale giapponese. Nel corso del ‘900, numerosi critici letterari perfezionarono la riabilitazione dei nikki e s’impegnarono per il loro definitivo inserimento nel canone letterario ufficiale.

Per quanto i nikki di epoca Heian siano diari femminili, giova ricordare che il primo esempio di tali testi, il Tosa nikki, fu composto nel 953 da un uomo, Ki no Tsurayuki, celebre compilatore del Kokin waka shū e autore della sua prefazione in giapponese (kanajo). Nel Diario di Tosa egli rimase anonimo ed affidò alla fittizia voce di una donna la narrazione in terza persona del viaggio di ritorno alla capitale Kyoto del governatore della provincia di Tosa. Il desiderio di allontanarsi dal solco letterario della diaristica maschile risulta evidente sin dall’introduzione programmatica: «Si dice che i diari siano scritti da uomini, tuttavia io ne scrivo uno per vedere cosa una donna può fare.» Il tessuto del testo in prosa è costellato da liriche, composte da vari personaggi, in cui trovano sfogo ed espressione artistica sentimenti di varia natura, tra i quali spicca il rimpianto per la morte, avvenuta a Tosa, della figlioletta del governatore. Da ciò, si evince sia la consuetudine, invalsa nell’uso quotidiano, dello scambio lirico quale forma di comunicazione interpersonale sia il suo impiego in cerchie ben più ampie delle canoniche coppie di amanti. La narrazione è articolata in sezioni giornaliere, arricchite da notazioni pratiche quali il luogo e le condizioni climatiche. Quest’ultimo elemento, tipico della narrazione diaristica, si affianca dunque a tratti peculiari dei monogatari (la narrazione in terza persona). Questa oscillazione di genere caratterizzerà, in forme via via differenti, l’intera produzione di nikki. Ne consegue la difficoltà nell’attribuire caratteristiche univoche a tale produzione letteraria.

Tra i numerosi diari femminili di epoca Heian, di particolare rilevanza risultano il Murasaki Shikibu nikki, l’Izumi Shikibu nikki ed il Sarashina nikki.
La redazione del Diario di Murasaki Shikibu è tradizionalmente attribuito all’autrice del Genji Monogatari. La sua composizione mescola sapientemente finalità politiche (l’esaltazione della famiglia Fujiwara) ad intenti di natura didattica riservati alle fanciulle. La narrazione, condotta in prima persona, rifugge la scansione giornaliera ed orbita attorno a due nuclei principali, cui corrispondono due specifiche sezioni del testo: la prima va dall’autunno del 1008 al Capodanno dell’anno successivo ed è incentrata sulla fervente attesa della nascita del Principe Atsushira, figlio della consorte imperiale Shōshi e nipote di Fujiwara no Michinaga. Malgrado l’impianto cronachistico del testo, non mancano le liriche, segnatamente celebrative per l’avvento del principino:

Possa la coppa che io sollevo
in questa notte di luna piena
per la nascita di una nuova luce
continuare a passare di mano in mano
per ancora altri mille anni

La seconda sezione (denominata shosokobumi, «lettera», in virtù di una struttura compositiva che simula la redazione di una missiva) tratteggia invece un vivido affresco della vita cortigiana di epoca Heian e presenta elementi di particolare interesse, quali i riferimenti alla straordinaria cultura di Murasaki Shikibu (conoscitrice, ad esempio, della lingua cinese e costretta, spesso, a fingere di ignorarla per non incorrere nel biasimo degli uomini) o i giudizi da lei espressi sull’aspetto e l’indole delle altre dame di corte. Tali valutazioni di natura psicofisica, lungi dall’essere fini a sé stessi, concorrono a delineare il parametro culturale, estetico e comportamentale cui le fanciulle del tempo erano chiamate ad aderire.

Una menzione particolare meritano le critiche, indubbiamente parziali e soggettive, rivolte alla celebrata poetessa Izumi Shikibu: «Le sue poesie sono molto raffinate, nonostante lasci un po’ a desiderare per quanto riguarda la conoscenza del canone e delle teorie poetiche […]. Non è a mio avviso una poetessa degna di grande considerazione.»
Malgrado le riserve di Murasaki, Izumi Shikibu (che, come consueto in epoca Heian, deriva il proprio nome dalla provincia di Izumi, di cui il marito era governatore) è considerata una delle massime poetesse dei suoi tempi, oltre che donna di grande passionalità, la cui vita fu costellata di relazioni ritenute quasi scandalose. Nel suo nikki, di incerta attribuzione e datazione, la narrazione procede in terza persona ed è focalizzata su una specifica tranche de vie della dama (chiamata nel testo semplicemente onna, «donna»), ossia la sua relazione amorosa con il principe Atsumichi, fratello del suo precedente amante morto anzitempo, Tamekata, figlio dell’imperatore Rizei. In virtù del tema narrato, la presenza di liriche nelle pagine di questo nikki è forte ed incisiva. Gli scambi epistolari tra i due innamorati illustrano molto bene la casistica amorosa dell’epoca Heian, in cui la corrispondenza amorosa rappresentava un rituale articolato e composito, che contemplava la scelta della carta su cui scrivere e della fragranza con cui profumare la missiva, la perizia calligrafica con cui realizzare materialmente lo scritto, la capacità di codificare le profferte sentimentali in immagini evocative racchiuse in versi raffinati, la premura nella scelta dell’omaggio floreale da accludere, anch’esso di natura simbolica. L’Izumi Shikibu nikki si apre proprio con il dono, fatto alla dama da Atsumichi, di un ramo fiorito di mandarino, simbolo di nostalgia per una persona cara assente, chiara allusione al ricordo del caro estinto. La risposta di Izumi

Più che ricordare
con il profumo dei fiori
vorrei ascoltare il cuculo
per vedere se la sua voce
è uguale a quella che conosco

rivela la sua disponibilità a valutare la possibilità di trasferire allo spasimante l’amore provato per il fratello, a condizione che egli se ne dimostri all’altezza. Condotta sul filo di questa corrispondenza lirica, la narrazione mette in piena luce l’indole ardente e appassionata della onna e ne segue i passi al suo trasferimento nella residenza del principe imperiale, lasciando dunque in ombra gli avvenimenti successivi della vita di Izumi.

Di ben altra durata è, invece, la storia narrata nel Sarashina nikki, composto probabilmente intorno al 1060, che copre un arco temporale di oltre quarantanni. Il testo narra in prima persona le peripezie della protagonista, nota unicamente come «figlia di Sugawara no Takasue», durante il suo viaggio lungo la via del Tokaido, dalla provincia di Shimōsa alla capitale Kyōto. Il nikki si apre con l’immagine di una fanciulla appena dodicenne, invaghita dei monogatari e imbevuta degli ideali romantici da essi veicolati, e si chiude su una donna ultracinquantenne, sola e in buona parte delusa dalla vita. Si evince, dunque, che al viaggio fisico della protagonista fa da contraltare un viaggio interiore, fatto di disincanto ma anche di maturazione. Numerose ed intense le liriche presenti nell’opera, tra le quali spiccano i versi in cui la malinconica solitudine cede alla contemplazione della bellezza della natura:

Anche al mio cuore
oscurato dalle lacrime
che verso senza tregua
appare luminoso
il chiarore della luna

Pur non potendo essere considerate documenti di assoluta autenticità storica – in ragione sia dell’attribuzione sovente incerta sia della loro redazione post factum che li rende quindi frutto di un’accurata selezione esteticamente condotta – i nikki sono tuttavia un tassello essenziale per la comprensione del composito microcosmo umano e letterario dell’epoca Heian, in cui il contributo della mano femminile ebbe tanta parte.

Bibliografia
Bienati, L., Boscaro, A., La narrativa giapponese classica, Venezia, Marsilio Editori, 2010.
Negri, C., cur., Diario di Izumi Shikibu, Venezia, Marsilio Editori, 2008.
Negri, C., cur., Diario di Murasaki Shikibu, Venezia, Marsilio Editori, 2015.
Negri, C., cur., Le memorie della dama di Sarashina, Venezia, Marsilio Editori, 2005.
Sagiyama, I., cur., Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Milano, Edizioni Ariele, 2000.

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