“Corde del koto, cime lontane”, di Rossella Marangoni

Seconda puntata della rubrica di approfondimento Kimono di poesia, curata Rossella Marangoni e dedicata allo studio dell’intima relazione esistente tra poesia e kimono.

kosodeNella decorazione degli antichi kimono, ossia i kosode 小袖 (vesti dalle “piccole maniche”), la poesia si fa canto tridimensionale, si fa movimento. La poesia, lo abbiamo già detto, è resa vivente dalla persona che indossa il kimono.
Il connubio tra poesia e decorazione dei kimono è uno degli aspetti peculiari dell’arte tessile giapponese. Le citazioni da componimenti poetici delle antologie imperiali, così come da capitoli dei capolavori della letteratura classica quali l’Ise monogatari 伊勢物語 e il Genji monogatari 源氏物語, caratterizzano la decorazione delle vesti già in epoca Nara (710-784) e Heian (794-1185), se stiamo alle fonti letterarie, unici documenti rimasti, data la fragilità dei supporti e le vicende tormentate di incendi e terremoti che hanno distrutto antiche residenze e magazzini.

Questo gusto si manifestò nel corso dei secoli in Giappone in una pluralità di modi diversi che vanno dalla rappresentazione puramente pittorica del contenuto di un waka 和歌 classico, alla riproduzione vera e propria dei versi attraverso la calligrafia resa con il ricamo, all’intrigante procedimento dato dall’unione di soggetti allusivi al contenuto di un waka con kanji isolati, la cui lettura congiunta, al pari di un rebus, permette a colui che osserva la veste, che la sa leggere, di identificare il componimento citato. È un procedimento che permette di andare oltre alla semplice decorazione della superficie di seta del kimono, per invitare il lettore colto al gioco intellettuale dei rimandi. A chi sa, allora, il kimono può rivelare ben più di ciò che viene rappresentato sulla sua superficie. A chi sa, ci verrebbe da dire, il kimono parla.

Durante il periodo Edo (1603-1868) questo muto dialogo colto fra chi indossa il capo decorato e chi lo osserva non era riservato alle elite aristocratiche della corte imperiale e di quella shogunale, ma si andò attestando fra le donne delle famiglie mercantili chōnin 町人 di Edo e degli altri centri le quali avevano la possibilità di scegliere modelli di decorazione per i loro kosode da appositi cataloghi a stampa che si diffusero a partire dalla seconda metà del XVII secolo, gli Ohinagata bon 雛形本, il più antico dei quali è datato 1666¹.
Proprio analizzando il catalogo più antico possiamo osservare che su 200 modelli di decorazione per kimono presentati, ben 44 prevedevano kanji, dimostrazione evidente (se ce ne fosse ancora bisogno) dell’alto grado di acculturazione raggiunto dalle classi popolari urbane sotto lo shogunato dei Tokugawa.

Un intrigante esempio di decorazione complessa e sottilmente allusiva secondo il modello compositivo cosiddetto chirashigaki ちらし書き (a “scrittura sparsa”) ci è dato da un kosode risalente alla seconda metà del XVII secolo e conservato al Museo Nazionale di Tōkyō. La superficie della veste è percorsa da strisce colorate diagonali sulle quali sono disseminati caratteri sino-giapponesi ricamati a imitazione dello stile calligrafico corsivo, mentre alcuni kanji, di notevoli dimensioni, sono tinti a riserva con la tecnica shibori 絞り染め (o tie-dye). Lo stile calligrafico e l’estetica della varietà nelle dimensioni dei kanji richiamano fortemente l’opera di Hon’ami Kōetsu (1558-1637), artista dal multiforme talento che influenzò profondamente il panorama artistico giapponese di periodo Momoyama.
Fra i caratteri di maggiori dimensioni sparsi sul retro del kosode si riconoscono mine 峯 (“picco”, “cima”), matsu 松 (“pino”) e kaze 風 (“vento”), mentre altri, più minuti, sono ricamati con filo di seta rosso e filo metallico dorato sulla linea orizzontale delle spalle e su quella verticale del tronco.
Il waka citato dal kosode è opera di Saigū no Nyōgo (929-985), poetessa e moglie dell’imperatore Murakami, ed è contenuto nel Shūiwakashū 拾遺和歌集, la terza antologia imperiale, compilata fra il 995 e il 998 da Fujiwara no Kintō (966-1041). Il waka è altresì compreso nella celeberrima raccolta delle Sanjūrokkasen 三十六歌仙, o delle trentasei migliori poesie dell’antichità, essendo la sua autrice una dei trentasei poeti “immortali”, secondo la lista stabilita dallo stesso Kintō.

koto no ne ni
mine no matsukaze
kayou rashi
izure no o yori
shirabe some kemu

Al suono del koto
sembra unirsi
il vento dei pini della montagna.
Dalla melodia di quale corda
mi sono fatta emozionare?²

L’autrice esprime incertezza su quale suono l’abbia più emozionata: il soffio del vento fra i pini o il suono delle corde del koto che ad esso sembrava unirsi?
Sembra quasi che la superficie del kosode, con le sue righe parallele e trasversali, riprenda pittoricamente, anche se facendone astrazione, il motivo delle corde del koto. O si tratta forse delle cime parallele delle catene dei monti che si susseguono e da cui soffia il vento?

Ancora una volta l’arte del kimono e l’arte della poesia ci sfidano al gioco dell’interpretazione, avvolgendoci in una sottile trama di rimandi e di ipotesi. Non siamo lontani dall’estetica della citazione, dalla predilezione per l’allusione e il frammento, dalla condivisione di un patrimonio letterario comune che caratterizzano il gusto giapponese: le righe verdi evocano i picchi delle montagne, le righe rosse evocano le corde del koto, il vento e i suoni si rincorrono nella memoria, richiamando antichi versi.

Note
¹ Sugli hinagata bon si legga anche Betty Y. Siffert, Hinagata Bon: The Art Institute of Chicago Collection of Kimono Pattern Books, in Art Institute of Chicago Museum Studies, Vol. 18, n. 1, Chicago, 1992, pp. 86-94 e 103.
² Traduzione di Aldo Tollini.

Immagine: Kosode con righe diagonali e kanji, ultimo quarto del XVII secolo. Tecnica: tintura a riserva (kanoko 鹿の子 e nuishime shibori 縫締絞) e ricamo a filo di seta e filo metallico su seta satinata (rinzu 綸子). Tōkyō Kokuritsu Hakubutsukan.

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