Il senryū, di Valeria Simonova-Cecon

Il senryū (川柳, “salice di fiume”) è un genere di poesia giapponese strutturalmente molto simile allo haiku. Anch’esso consta, infatti, di 17 sillabe (divise in tre segmenti fonetici di 5, 7 e 5 on). Tuttavia, mentre lo haiku deriva dallo hokku (発句), ossia il primo verso di una poesia a catena denominata renga (連歌), le origini del senryū sono legate al famoso gioco e concorso poetico chiamato maekuzuke (前句づけ, “aggiungere al verso precedente”). In questo gioco, il primo poeta compone un ku breve, di 14 sillabe (2 segmenti fonetici di 7 e 7 on), mentre l’altro deve aggiungervi un ku lungo di 5, 7 e 5 sillabe. Questo ultimo verso lungo, similmente allo hokku, staccatosi dal renga, si separò dal suo maeku (verso precedente) diventando indipendente.
Ufficialmente il senryū nacque nel 1757, quando i versi vincitori del concorso maekuzuke furono pubblicati per la prima volta. Il nome di questo genere di poesia deriva dallo pseudonimo del famoso editore di senryū Karai Senryū (vero nome, Karai Hachiemon).
Karai non sembra aver scritto molto personalmente, ma in quanto critico letterario conduceva molti concorsi di maekuzuke ed era famosissimo come editore di antologie di senryū.
Simile allo haiku per la sua struttura di 17 sillabe, il senryū è molto diverso per altri aspetti. Non ha bisogno né di kigo (季語, parola-chiave che indica la stagione e che opera come “catalizzatore” della memoria culturale, implicando emozioni e sensazioni legate, nella tradizione giapponese, al passare delle stagioni) né di kireji (切れ字, parola che, oltre a “tagliare” uno haiku in due parti, aggiunge una componente emotiva e stilistica), anche se potrebbe contemplarli. Un senryū non è la trasmissione di un’importante esperienza estetica nella quale l’uomo si fonde con la natura (come nello haiku), ma una sagace penetrazione nel mondo della natura umana, debole e imperfetta, ma anche tenera e, a volte, commovente. Un poeta di senryū estrae dalla sua faretra ironia, umorismo, sarcasmo, parodia, e con queste frecce colpisce il lettore.
Secondo un famoso detto, «se uno haiku è il dito che indica la luna, un senryū è una gomitata tra le costole». Di seguito proponiamo alcuni esempi di senryū classici del Settecento (in molti casi anonimi) tratti dalla raccolta Haifū Yanagidaru:

役人の子はにぎにぎをよく覚え
yakunin no ko wa niginigi o yoku oboe

il bimbo
dell’ufficiale statale
impara bene ad afferrare

Una delle prime cose che impara un neonato è quella di stringere le sue piccole manine per afferrare le cose. L’autore di questo senryū allude al padre del figliuolo, un dipendente dello stato, abituato a prendere (“afferrare”) le bustarelle.

うちわ売り少しおあいで出し見せ
uchiwa-uri sukoshi aoide dasite mise

il venditore di ventagli
promuove la sua merce
sventolandosi

Il venditore di ventagli è una figura nostalgica del Vecchio Giappone, mentre i ventagli tradizionali, di forma rotonda, si vendono ancora oggi in estate. C’è un pizzico di umorismo nel doppio uso del ventaglio dal venditore, che allo stesso tempo fa vedere come funziona bene la sua merce e come ci si protegge dal caldo eccessivo.

要りもせぬ物の値を聞く雨やどり
iri mo senu mono no ne o kiku amayadori

riparandosi dalla pioggia
lei chiede i prezzi delle cose
che non le servono

Salvandosi dalla pioggia inaspettata in un negozio, la donna, per far passare il tempo, ma anche per far finta di essere interessata alle compere, chiede i prezzi delle cose che non ha intenzione di acquistare. Il padrone del negozio capisce perfettamente l’inutilità delle sue domande, ma per non sembrare scortese, risponde, anche se con riluttanza.

Anche nel Giappone moderno i senryū sono molto diffusi. Numerosi giornali pubblicano giornalmente i senryū mandati loro dai lettori.
Tanti senryū di questo tipo rispecchiano le ultime novità della vita sociale e politica del Paese.
Vi sono, in tutto il Giappone, numerosi gruppi di scrittori di senryū che organizzano periodicamente i cosiddetti kukai, incontri o piccoli laboratori dove scrivono insieme. Questi gruppi, però, sono composti principalmente da persone di una certa età. I giovani, invece, scrivono piuttosto otaku senryū (dal termine giapponese otaku, l’appassionato in modo ossessivo di manga e anime), dove raccontano le loro esperienze particolari. Esistono anche i sarariman senryū (termine giapponese derivato dall’espressione inglese salary man o “impiegato d’ufficio”), che rispecchiano le gioie e le tragedie del mondo degli impiegati. La compagnia di assicurazione Dai Ichi Life organizza il famoso concorso annuale Sara Sen e pubblica intere raccolte di senryū partecipanti al concorso stesso. Esiste pure un premio assai particolare di toilette senryū organizzato dalla ditta di sanitari TOTO.
Ecco alcuni esempi di senryū moderni:

名前を覚える前に投票日
namae o oboeru mae ni touhyoubi

giorno di elezioni –
prima che riuscissi ad imparare
i nomi di tutti i partiti

Vecchietto Decrepito
(tratto dai migliori 100 senryū del concorso Sara Sen 2012)

Nel Giappone odierno, la quantità di partiti e di gruppi politici è in continua crescita. Ma lo stesso vale per l’Italia…

小遣に消費税をかける妻
kozukai ni syohizei o kaeru tsuma

la moglie
applica le tasse
ai miei soldi in tasca

Il Maro
(tratto dai migliori 100 senryū del concorso Sara Sen 2012)

Nella gran parte delle famiglie giapponesi è la moglie che tiene le finanze, gestendo l’intero stipendio del marito e lasciando a quest’ultimo solo una somma piuttosto modesta per le piccole spese quotidiane. Secondo una recente indagine condotta dalla Shinsei Bank, la media di questa somma e di 39.600 Yen (circa 300 Euro).

母ちゃんよ風にならずに墓にいる
haha chan yo kaze ni narazu ni haka ni iru

mamma!
Non diventare vento,
rimani nella tomba

Kachida Midori
(tratto dalla rivista Senryu Tsubasa, n. 61)

L’autrice di questo senryū fa riferimento alla famosa poesia e canzone americana Don’t stand at my grave and weep (“Non piangere sulla mia tomba”) che, nella versione giapponese eseguita dal famoso cantante Masafumi Akikawa, s’intitola 千の風になって (Sen no kaze ni natte, “Diventando mille venti”). In questa canzone sono riportate le seguenti parole:

Non piangere sulla mia tomba,
non sono lì, non dormo.
Sono mille venti che soffiano,
sono i riflessi del diamante sulla neve.
Sono il sole sul grano maturo,
sono la dolce pioggia autunnale.

L’autrice, quindi, non vuole che la sua cara madre si trasformi invento e vada via. Desidera, piuttosto, averla vicina a sé, pur nella tomba.

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