Come leggere uno haiku, di Luca Cenisi

Consigli pratici per reading poetici. Estratto da Luca Cenisi, La luna e il cancello. Introduzione alla poesia haiku (2016).

Durante l’ultimo ciclo di lezioni che ho tenuto a Pordenone, per conto dell’Associazione Italiana Haiku (AIH), nell’autunno dello scorso anno, mi è capitato di affrontare un tema che, generalmente, viene ignorato nelle trattazioni in materia, ossia come leggere uno haiku in pubblico. Questione che sembrerebbe, a prima vista, del tutto superflua, giacché l’estrema brevità di questa poesia permette anche a chi non è dotato – per natura o pratica – di particolari capacità performative, di esprimere le proprie suggestioni con spontaneità e naturalezza, riducendo al minimo il rischio di commettere errori di lettura o di cadenza ritmica.
L’esperienza di reading svolta durante una di queste lezioni mi ha, tuttavia, permesso di comprendere meglio un aspetto che definirei determinante nella recitazione, ovvero l’importanza del silenzio, della pausa, di quel riverbero che fisiologicamente si crea nel momento stesso in cui la lettura di uno scritto è conclusa e ha raggiunto le orecchie del pubblico.
Io stesso, la prima volta che sono salito sul palco a leggere una selezione di miei componimenti, spinto dalla loro estrema sintesi verbale, ho subito manifestato la tendenza a leggerli tutti d’un fiato, uno dopo l’altro, con una pausa appena accennata tra lo scritto precedente e quello successivo. Con il senno di poi, credo non esista niente di più deleterio, per esprimere l’essenza profonda di uno haiku.
Ciascun componimento presenta, infatti, per sua stessa natura, quelli che vengono definiti zengo no kire 前後の切れ o “pause che precedono e che seguono” il testo nel suo complesso, isolando quest’ultimo (per il tempo di un respiro) dalla realtà fenomenologica, solo per ricondurla in essa arricchita dell’esperienza estetica (tanbi 耽美) propria del genere haiku. Stando così le cose, sarebbe dunque buona norma, una volta avvicinatisi al microfono, attendere alcuni secondi (almeno 4-5) prima d’iniziare il reading, così da permettere agli spettatori di acquietarsi definitivamente e di catalizzare l’attenzione su colui che si trova dietro il leggio, creando così, al contempo, un effetto di attesa o suspence particolarmente efficace.

Si raggiunge così la seconda fase performativa: la lettura vera e propria, ossia il cuore della rappresentazione poetica. In questo contesto, la recitazione dovrebbe procedere fluida, naturale, con una scansione attenta e precisa di ogni singola parola.
Gli stacchi e le pause interne allo haiku (ku chu no kire 句中の切れ), generalmente (ma non necessariamente) indicate con un segno d’interpunzione, devono parimenti rispettare quell’ampiezza fonetica che è loro propria. Dunque, uno stacco a cavallo dei due “momenti” potrà essere, verosimilmente, reso dal lettore facendo un respiro di un paio di secondi, durante i quali il pubblico avrà modo di “metabolizzare” quanto detto sino a quel momento e preparasi, mentalmente e spiritualmente, alla seconda parte.
Questo, ovviamente, vale per gli haiku che presentano uno stacco ben definito al loro interno. Per quelli redatti secondo il modello dell’ichibutsujitate 一物仕立て (haiku con una sola immagine o concetto) o che, comunque, pur contemplando un arresto formale, non determinano un taglio o una sospensione significativa del discorso poetico, l’autore potrà procedere con la lettura senza ulteriori esitazioni, avendo solo cura di non produrre accelerazioni e decelerazioni improvvise di voce, ma di mantenere, per quanto possibile, un ritmo regolare (leggi omogeneo, non “monotono”).

La terza fase, quella della conclusione del discorso poetico, è anche, a mio avviso, la più delicata. Le due immagini in giustapposizione (o l’unica immagine, se trattasi di ichibutsujitate) sono state presentate, l’ascoltatore le ha recepite, ma ancora abbisogna di tempo per “farle sue”, cioè per calarsi nel qui e ora generato dall’autore e per fondersi con esso in maniera spontanea e veridica. La soluzione ideale è, ovviamente, quella di creare uno “spazio vuoto” o una pausa tra lo haiku appena letto e quello seguente; tale pausa svolgerà la doppia funzione di spazio meditativo per il pubblico e di eco o “riverbero semantico” per lo scritto in questione. Il suo significato, racchiuso dal sentimento stagionale (kikan 季感) che affiora dalle parole dello haijin, deve dunque aleggiare nella sala per alcuni secondi, prima di tornare al suo luogo d’origine (che non è il testo in sé, ma il non-testo, ossia la scintilla d’indefinito senso che lo ha ispirato).
L’esperienza degli ultimi reading mi ha suggerito che 5-7 secondi sono appena sufficienti ad una persona per assorbire l’essenza di uno haiku recitato. Dunque, questo lasso temporale dovrebbe determinare l’ampiezza dello iato tra uno scritto e l’altro, ossia quel silenzio condiviso delle opere che le lega a doppio filo, vicendevolmente.

Se durante l’evento si dispone di un videoproietto, è anche possibile accompagnare la lettura con una presentazione di immagini a tema, che coinvolgano ulteriormente il pubblico. Anche l’accompagnamento musicale può essere cosa buona ma, esattamente come per la parte visiva, occorre cautela per evitare che queste integrazioni sensoriali ostacolino la comprensione dello haiku, deviando l’attenzione degli spettatori. In tal senso, dunque, occorrerà che le immagini proiettate siano una sola per ciascun componimento (più immagini in sequenza distraggono, infatti, l’occhio e, di conseguenza, la mente), mentre la musica dovrà essere destinata a semplice sottofondo, con un volume appena percettibile. Il nostro orecchio è, infatti, capace di recepire le onde sonore anche se queste non sono prodotte a volumi particolarmente alti, associandone i gradevoli effetti al contesto recitativo nel quale vengono impiegate, supportando la lettura e non coprendola.

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