Il renku: origini e caratteristiche di un genere poetico

Articolo di Valeria Simonova-Cecon, pubblicato su Haijin Italia n. 12 del 30 ottobre 2013.

Il renga (“canti collegati”), forma di poesia collaborativa o “a catena”, è stato uno dei generi poetici più famosi ed importanti del Giappone premoderno.
Il termine odierno per questo tipo di poesia è renku (“versi collegati”). Già nel periodo Heian (794-1185), esso costituiva un genere letterario a sé ed era famoso tra i cortigiani, anche se i primi esempi di renga si possono trovare nell’antologia Man’yōshū (759).
Un renga consiste di un numero variabile di stanze: la prima si chiama hokku (“il verso che comincia”, fu proprio esso a dare origine a quello che oggi chiamiamo haiku) e consiste di segmenti fonetici di 5, 7 e 5 (17 in totale) sillabe giapponesi. Segue il wakiku (“verso che corre vicino”) che conta due segmenti di 7 e 7 (14 in totale) sillabe. Successivamente, si aggiunge nuovamente un ku lungo di 17 sillabe, che a sua volta viene seguito da un ku breve di 14 sillabe. L’ultimo ku del renga si chiama ageku (“verso che chiude”) e solitamente ha un tenore positivo. A parte hokkuwakiku e ageku, anche altri ku di un renga hanno dei nomi speciali, legati alle loro funzioni. La stesura di un renga è soggetta a varie regole che riguardano sia la struttura della composizione che gli argomenti trattati ed il modo in cui i versi si legano tra loro.

Esistono esempi di renga composti da un unico autore, ma tradizionalmente era visto come un passatempo letterario da fare in compagnia, quindi i partecipanti erano, solitamente, più di uno. Il renga classico era un genere veramente rigido, in cui vigevano regole piuttosto severe. Per esempio, si potevano usare solo le parole di origine giapponese e solo di un certo tenore (ovviamente, un tenore alto, nobile). Il vocabolario dei poeti di renga era, quindi, “chiuso” e si basava soprattutto sulla tradizione letteraria della waka (poesia giapponese). Il tipo di renga più diffuso era lo hyakuin, che consisteva di 100 versi. Lo hokku tradizionalmente era un verso stagionale, indicava una stagione e molto spesso conteneva un augurio simbolico per l’occasione: un augurio al padrone di casa in cui veniva scritto il renku, oppure ad una festa o al tempio cui era dedicata la composizione.

Nel renku sono presenti tutte le stagioni, con i versi di una stagione normalmente separati da quelli di un’altra mediante inserimento di versi non stagionali. Un posto d’onore era riservato ai versi dedicati alla luna, ai fiori (quelli arborei, soprattutto il famoso sakura) e all’amore. Erano presenti anche altri argomenti “tradizionali”: la montagna, il mare, la pioggia, il viaggio, la religione, ecc. Per evitare ripetizioni e ridondanze, vigeva la regola del sarikirai, secondo cui uno stesso argomento non poteva essere trattato di nuovo in versi troppo vicini l’uno all’altro.

Nel sedicesimo secolo si diffonde e diventa famosissimo il cosiddetto haikai no renga, un renga non ortodosso o “comico” che non rispetta le rigide regole del renga classico. L’haikai no renga non è più un genere da aristocratici e samurai, ma anche popolare: mercanti, medici, insomma “borghesi”. In luogo del lunghissimo hyakuin fa la sua comparsa il kasen, che consiste di sole 36 strofe. Il ventaglio degli argomenti ammessi ed il vocabolario usato si allargano considerevolmente. Grazie agli sforzi delle scuole haikai Teimon, Danrin ma, soprattutto, a quella di Bashō (Shofu), lo haikai no renga acquisisce la serietà e l’importanza per diventare a sua volta il genere più diffuso dell’intero Paese. Lo stile haikai della scuola di Bashō prende il sopravvento e da lì in avanti verranno denominati haikai no renga prevalentemente i renga nello stile di Bashō che, a partire dal 1904, verranno chiamati renku (termine coniato da Takahama Kyoshi).

Oltre alle regole che riguardano il “tema” dei ku (stagione, non-stagione, amore, luna, ecc), un renga normalmente segue anche quel ritmo particolare chiamato jyohakyu. Secondo questa regola, un renga può essere diviso in tre parti, simili – nella predisposizione d’umore – alle serate conviviali con ospiti. Durante la prima parte (jyo) di questi eventi, infatti, gli ospiti arrivano, si salutano e mantengono ancora un atteggiamento estremamente formale. La jyo, quindi, evita argomenti “esotici” o gli sbalzi d’umore troppo forti. La seconda parte (ha) ha luogo a metà serata: tutti mangiano, bevono, chiacchierano liberamente, in un’atmosfera molto più informale in cui si può parlare praticamente di tutto. Alla fine della festa (kyu) gli ospiti, magari un po’ ubriachi, si salutano di nuovo, ma senza formalità, concludono le loro discussioni, si scambiano le ultime parole, insomma, tutti contenti fanno ritorno a casa. Di solito il processo di un renga è gestito e condotto da un poeta esperto, denominato sabaki.

Tuttavia, le regole o meglio le tradizioni e gli stili più rilevanti riguardano il modo di legare i ku tra di loro. Il ku corrente (tsukeku) deve essere sufficientemente “ancorato” al verso precedente (maeku) e, allo stesso tempo, sapersi staccare dal ku che anticipa quest’ultimo (uchikoshi). I modi di legare i versi, col tempo, sono cambiati tre volte. Ai tempi del renga classico vigeva il cosiddetto kotobazuke (legare per parole), tecnica basata sulle allusioni letterarie, su vari giochi di parole e sulle convenzioni. Di seguito proponiamo un esempio di maeku anonimo seguito da un verso di Shigeyori (allievo di Matsunaga Teitoku, fondatore della scuola haikai Teimon):

in autunno alla gente piacciono i melograni

(qualcuno) pulisce lo specchio simile alla luna

Dal punto di vista del contenuto non notiamo alcun legame tra i due versi, ma se consideriamo alcune parole separatamente, troveremo il collegamento. Prima di tutto “autunno” del maeku si lega con “luna” del tsukeku. La luna nella tradizione poetica giapponese è, infatti, fortemente legata alla stagione autunnale. C’è poi un altro legame, cioè quello tra lo “specchio” ed il “melograno”: a quei tempi gli specchi venivano puliti proprio con il succo acidulo di melograno. Come si può vedere, legami di questo tipo possono risultare piuttosto enigmatici.

Il secondo tipo di legame, il kokorozuke (“legame secondo il senso”) si diffuse ai tempi dello haikai no renga, nelle scuole di haikai precedenti a quella di Bashō. Il kokorozuke legava ciascun ku al senso del verso precedente. Consideriamo, ad esempio, il seguente renga di Nishiyama Soin:

nei capelli neri un lieve profumo d’incenso costoso

anche se decapitato, qualcuno riconosce il generale

Qui non ci sono più giochi di parole, il legame è molto più evidente ed immediatamente riconoscibile. Collegamenti di questo tipo sono piuttosto “intellettuali”.

Nella scuola di Bashō si sviluppò, infine, il terzo tipo di legame, generalmente chiamato nioizuke (“legame per profumo”). Si legano non solo il contenuto, ma l’atmosfera dei due ku, non attraverso ciò che pensiamo, ma ciò che percepiamo con i sensi. Portiamo come esempio un maeku di Kikaku e uno tsukeku di Kooku, entrambi discepoli di Bashō:

rami rinfrescati, un pino sotto la pioggia estiva

un monaco Zen, tutto nudo, si gode la frescura

Il nioizuke (di cui, peraltro, esistono diverse varianti) resta, ad oggi, il tipo di legame preferito dai poeti di renku. Nel ventesimo secolo sono comparsi molti nuovi tipi di renku, sempre più brevi, fino allo yotsumono, che consta di sole quattro strofe. Per chi vuole saperne di più consiglio un libro validissimo di John Carley, uno dei migliori studiosi occidentali di renku, Renku Reckoner di prossima uscita presso Darlington Richards Press. Assolutamente consigliato anche Haikai Poetics di Herbert Jonsson.
Come esempio di renku moderno, proponiamo un demikasen (una forma nuova, appena coniata da John Carley):

Pioggerella estiva

Demikasen estivo composto da:

  • Deborah Barbour Lundey
  • Valeria SimonovaCecon
  • Markus Liljedahl
  • John Carley (sabaki)

pioggerella estiva
intorno a noi tutto
respira profondamente

Marcus (estate)

uomini in grembiule
maledicono il barbecue

John (estate)

vicino al marciapiede
rumore di cassonetti
il party di cani randagi

Deborah (senza stagione)

Gioconde in graffiti
sorridono dalla parete

Valeria (senza stagione)

il fatto è
che ha una faccia gialla
in questi giorni la luna

Valeria (autunno, stanza della luna)

le nostre oche partono
per qualche lido proibito

John (autunno)

freddo mattutino,
un sorso di brandy scioglie
il cuore del cacciatore

Marcus (autunno)

un tappeto di pelle d’orso
e nient’altro intorno

Deborah (senza stagione, amore)

la Regina
nasconde la sua vergogna
tra le braccia del giullare

Valeria (senza stagione, amore)

ma guarda com’è macchiata
la terra sotto la rosa

Deborah (senza stagione)

così ben vestita
un’orchestra si prepara
ad uccidere Mozart

John (senza stagione)

scuote il suo snowglobe
un bambino con occhi luccicanti

Marcus (inverno)

bianco su bianco
il chiaro di luna
su questo prato invernale

Deborah (inverno, stanza della luna)

clip-clop, clip-clop,
gli zoccoli dell’asinello

Valeria (senza stagione)

facendo smorfie
perdendo peso
rincorriamo la carota di haikai

John (senza stagione)

ogni ruscello schiarisce
la voce per cantare

Marcus (primavera)

Alleluia!
Cristo è risorto,
il pruno fiorisce di nuovo

John (primavera, stanza del fiore)

pane, pesce e vinello
questo cielo limpido

Valeria (primavera)

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