Considerazioni sul conteggio sillabico, di Luca Cenisi

Diversi autori italiani evidenziano come, all’interno dei vari Gruppi Facebook, aleggi una certa incertezza sul modo di conteggiare le sillabe in uno haiku. Nei Paesi anglofoni – e negli Stati Uniti, in particolare – si è avuto un progressivo allontanamento dallo schema 5-7-5, in favore di un diverso e più variegato modello sillabico. Questo perché la lunghezza media di una sillaba “inglese” è sensibilmente superiore rispetto a quella dell’on 音 giapponese, che per contro manifesta una maggior brevità e versatilità grammaticale. In conseguenza di ciò, è ormai opinione condivisa, negli ambienti poetici, che lo haiku in lingua inglese non debba necessariamente sottostare allo schema tradizionale 5-7-5, ma aderire alla più generale regola prosodica secondo cui ad un “verso breve” fanno seguito un verso “lungo” e, di nuovo, uno “breve” (uno schema abbastanza “vicino” a quello tradizionale giapponese è da molti, ritenuto il 3-5-3). D’altro canto, diversi poeti e critici letterari, anche giapponesi, convengono, oggi, sul fatto che «qualcosa come undici sillabe inglesi corrispondano approssimativamente a diciassette “sillabe” giapponesi, recando lo stesso numero di informazioni in un modello che rispecchia la brevità e la qualità del frammento, tipiche dello haiku» (Imaoka), con ciò avallando la stesura di componimenti sensibilmente più contenuti, quanto al numero di parole e, dunque, di sillabe impiegate.

L’italiano, per contro, sebbene si presti meglio di molte altre lingue (inglese compreso) al modello in 5-7-5 on o morae, presenta una “complicazione” (se così si può dire) in più: la possibilità di conteggiare le sillabe a) secondo un metodo “ortografico” (sommatoria semplice delle unità che compongono la singola parola) o b) secondo i canoni “metrici” (con relativo ricorso a figure prosodiche come la sinalefìa e computo particolare per parole tronche e sdrucciole).

Diversi Gruppi ammettono esclusivamente il ricorso al metodo ortografico, «perché è l’unico che assicura con costanza l’effettiva lunghezza del verso» (Tobia). Va comunque sempre ricordato che il parallelismo on/sillaba deriva dal fisiologico adattamento di una lingua straniera al nostro registro lessicale e grammaticale, ad un’”importazione” che richiede, per sua stessa natura, una certa elasticità concettuale. Il conteggio ortografico permette, formalmente, un maggior “controllo” del verso in termini di lunghezza, è vero. Ma non dimentichiamo che uno haiku, come qualsiasi altra forma di poesia, va letta, ad alta voce o anche solo mentalmente.

Come tutte le lingue romanze, l’italiano si caratterizza infatti, prosodicamente, «in termini di numero delle sillabe e di posizione degli accenti, con i due elementi in relazione fra loro perché è la posizione dell’ultimo accento [tonico] che definisce il numero di sillabe di una serie» (Beltrami). La nostra lingua è, cioè, fortemente influenzata dalla cadenza e dall’allocazione degli accenti (in tal senso, dunque, si parla di lingua accentuativa), retaggio storico di un parlato che affonda le propri origini nella versificazione greca e latina, a sua volta intimamente connessa alla musica e alla danza.

Il giapponese, idioma a conformazione parasillabica e non accentata, è irreversibilmente altra cosa. Pur condividendo alcune delle argomentazioni portare a favore di un impiego del conteggio ortografico (formalmente più vicino alla scansione in morae), non posso fare a meno di considerare lo haiku in lingua italiana una “versione occidentale” dello haiku tradizionale, versione che non contempla “parole (rectius, caratteri)-cesura” (kireji), ma segni di punteggiatura con funzione di stacco e di conferimento tonale, né una struttura verticale, ma in versi orizzontali (peraltro, la stessa struttura in tre versi è una convenzione occidentale tardo-ottocentesca).

Come gli altri Paesi hanno dovuto mediare tra un logico desiderio di adesione ai canoni classici e un (altrettanto logico) rispetto della lingua “di destinazione” (vedi Inghilterra e Stati Uniti), così noi, haijin italiani, siamo chiamati all’arduo compito di legare l’importanza dello schema metrico in 17 “sillabe” e tre momenti (ku) ad un modo di fare poesia che sia coerente con la nostra lingua, che (giova ripeterlo) non è solo parola scritta, ma essenza viva e parlata. Come non posso fare a meno di ritenere che un buon haiku non si riconosca solo dal sistema sillabico adottato (a mio avviso e in funzione di quanto appena detto, sia quello ortografico che quello metrico sono egualmente accettabili), ma dalla sua sostanza, dalla sua capacità di rispecchiare quella verità poetica (fūga no makoto 風雅の誠) che è poi l’essenza stessa dello haiku tradizionalmente inteso. E tutto questo, si badi bene, anche per un ragionamento a contrario: né il conteggio ortografico, né quello metrico, se presi singolarmente, permettono un adattamento fedele ai canoni giapponesi. Mentre il primo, pur lasciando intatta la “struttura” in 5-7-5 unità ortografiche, perde quella lunghezza fonetica che, in giapponese, è assicurata dall’identità di durata – rectius, dalla «medesima ampiezza di tempo nel parlato» (Gilbert) – degli on e che sostanzia «un ritmo di base stabile e coerente» (Gilbert, Yoneka), il secondo, pur garantendo un’estensione reale più prossima allo spettro fonologico, dilata o contrae, in misura variabile, lo schema numerico di base, portando le diciassette sillabe ortografiche a diciassette sillabe metriche.

2 thoughts on “Considerazioni sul conteggio sillabico, di Luca Cenisi

  1. Luisa Santoro

    Complimenti per questo articolo. Penso di non essere la sola ad averne sentito moltissimo la mancanza. Saluti cordiali, Luisa

    Inviato da iPad

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