Hon’i: l’anima del kigo, di Valeria Simonova-Cecon

I kigo (季語) o “parole della stagione”, in Giappone, non sono dei semplici riferimenti stagionali. Il kigo viene piuttosto considerato una specie di “parola-chiave”, legata non solo ad un preciso momento dell’anno ma anche ad un certo sentimento e, a volte, ad una certa simbologia. Generalmente i kigo – soprattutto quelli antichi, impiegati a partire dal periodo Edo (in cui fiorì il genere haikai), ma anche prima, ai tempi della waka e della renga – possiedono il cosiddetto hon’i (本意), il “significato originale”. Possiamo anche tradurlo come “significato di base” o “significato vero”; spesso, come suo sinonimo, si usa anche il termine honjo (本情), il “sentimento originale”.
Grazie alla presenza dello hon’i, un kigo travalica il mero fenomeno naturale e diviene parte integrante del contesto poetico, trasformandosi in un concetto estetico proprio del codice culturale giapponese. Talvolta lo hon’i racchiude in sé concetti non strettamente legati al mondo della natura. Uno hon’i può infatti evolvere nel tempo, arricchendosi di nuove simbologie e significati. È un aspetto da studiare e da conoscere per poter apprezzare al meglio gli haiku giapponesi.
Quando autore e lettore condividono e conoscono gli stessi hon’i, entrambi divengono parte del medesimo universo di associazioni. Vediamo un esempio:

ちるさくら海あをければ海へちる 高屋窓秋
chiru sakura umi aokereba umi e chiru

cadono i petali di ciliegio
cadono nel mare
nel mare azzurro

(Takaya Soshu)

Il kigo qui è “cadono i petali di ciliegio” (chiru sakura). Sakura, una particolare specie di ciliegio, è forse l’albero più famoso e caratteristico del Giappone. Sin dai tempi antichi, l’immagine dei sakura che perdono i petali viene largamente impiegata in poesia. Nell’epoca Heian (794-1185) era un simbolo della fragilità delle cose soggette allo scorrere inesorabile del tempo (il concetto di mono no aware). Più tardi, nel contesto del teatro e del Kabuki, la bellezza dei fiori di ciliegio si è legato al concetto di “bellezza” femminile e fanciullesca. Nel corso del XX secolo (e non senza una certa influenza da parte dei circoli governativi), il concetto “morire come cadono i petali di ciliegio” è stata infine strumentalizzata a fini ideologici, per giustificare le azioni dei cosiddetti kamikaze, i piloti suicidi. Perciò, in Giappone, scrivere oggi un componimento contenente il kigochiru sakura” che sia gradevole e “carino” è molto difficile se non impossibile.

Lo haiku sopra riportato è stato composto da Takaya Soshu (1910-1999). Quando ho chiesto dei chiarimenti in merito al mio amico Takeshi Mizuno, scrittore di haiku e di senryū, questi ha risposto subito: «Ah, è uno haiku antimilitarista!». Condividendo gli stessi codici culturali dell’autore, Takeshi l’aveva capito fin dall’inizio. Un lettore occidentale, invece, a una prima lettura potrebbe pensare solamente ad un bel paesaggio, caratterizzato da una vaga componente malinconica.
I giapponesi credono quindi – e a buona ragione – che un kigo, se opportunamente associato al proprio hon’i, aiuti l’autore ad esprimersi più facilmente in una poesia, lo haiku, composta da sole 17 sillabe.

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