Il kireji, di Hiroyuki Fukuda e Valeria Simonova-Cecon

Il kireji (切れ字), o “carattere che taglia”, si potrebbe definire uno speciale “strumento” letterario impiegato nello haiku. Un kireji è un termine che non possiede un significato vero e proprio, ma accompagna una parola, mettendola in particolare rilievo. Da un punto di vista stilistico, un kireji (usato solamente nella lingua poetica scritta e mai nel parlato) conferisce al componimento un certo tenore nobile, alto, propriamente poetico. Un kireji, posto all’interno di un verso, lo rende quasi automaticamente “gradevole” da un punto di vista letterario. Per esempio, è proprio dall’uso dei kireji che si differenziano gli haiku veri e propri dai cosiddetti bungei senryū, che a volte, sia dal punto di vista del contenuto che dello stile, possono avvicinarsi molto agli haiku. D’altro canto, gli haijin giapponesi contemporanei tendono ad utilizzare sempre meno i kireji, optando per l’uso della lingua parlata quotidiana.

Dal punto di vista grammaticale e ritmico, un kireji crea una cesura (se si trova all’interno del verso) ossia una pausa (se posto alla fine di un verso, non tagliandolo). In ogni caso, l’uso di un kireji produce uno spazio vuoto (ma 間), ossia una specie di fermata. Inoltre, il kireji possiede una componente emotiva particolare, destinata a produrre nel lettore un certo responso sentimentale, che possiamo definire, generalmente, come un senso di ammirazione poetica o eitan (詠嘆). Si parla anche di una specie di retrogusto, un riverbero del senso e dei sentimenti, ossia ciò che si esprime oltre le parole (yoin, 余韻).

Eitan (詠嘆) – profonda commozione prodotta dalle cose;
Yoin (余韻) – riverbero, retrogusto, ossia il senso che si rivela oltre le parole.

È importante aggiungere che le funzioni di “tagliare” uno haiku per produrre una cesura o una pausa possono essere svolte non solo dai kireji, ma anche da altre parole (come il sostantivo e la forma piana oppure attributiva del verbo). Un taglio di questo tipo, però, è molto meno forte del taglio prodotto da un kireji e potrebbe corrispondere, in altre lingue, alla funzione del punto, laddove la frase termina e non ha bisogno di essere prolungata. Si dice anche che uno haiku è tagliato comunque all’inizio e alla fine perché nasce dal silenzio e finisce nel silenzio.
Inoltre, un kireji sottolinea e mette in rilievo particolare la parola che lo precede, focalizzando
l’attenzione su di essa e trasformandola nel fulcro semantico del verso.

Esistono 18 kireji:
「かな」- kana; 「もがな」- mogana;「し」- shi;「じ」- ji;「や」- ya;
「らん」- ran; 「か」- ka;「けり」- keri;「よ」- yo;「ぞ」- zo;「つ」- tsu;
「せ」- se;「ず」- ze;「れ」- re;「ぬ」- nu;「へ」- e; 「け」- ke;「いかに」- ikani;

Ai nostri tempi si usano solamente tre di essi: 「や」- ya, 「かな」- kana e 「けり」- keri, mentre gli altri assai di rado.
Esistono due tipi di taglio (kire, 切れ): semantico (del significato) e grammaticale (del ritmo). Il taglio del significato è una specie di tensione o di relazione tra due cose, immagini o concetti in uno haiku.
Il taglio grammaticale è una cesura o pausa che viene usata per motivi fonetici, per rendere il verso ritmicamente bello nonché per mettere in rilievo una parola. Molto spesso i due tagli coincidono.

Ya
Il kirejiya” (や) può coincidere con il taglio del significato, laddove suggerisce al lettore quello che non si esprime con le parole, ma a volte si usa per creare un taglio grammaticale, il quale non ha un’eco profonda nel significato, abbellendo il ritmo di uno haiku. Si aggiunge a molte parti del discorso (e in questo vi è più libertà rispetto a kana e keri), ma più spesso al sostantivo. Ya si colloca spesso alla fine del primo segmento di 5 sillabe, ma lo si può incontrare anche alla fine del secondo segmento di 7 sillabe, nel mezzo dello stesso ed anche alla fine del verso. L’effetto prodotto da ya è strettamente legato al verso intero e al suo significato.

松島や ああ松島や 松島や (松尾芭蕉)

matsushima ya aa matsushima ya matsushima ya

ah, Matsushima!
Ah, Matsushima, ah!
Ah, Matsushima!

Matsuo Bashō

Matsushima, una località famosissima per la sua bellezza: un insieme di 270 piccolissime isole ricoperte di alberi di pino. Arrivato lì, il poeta non riuscì nemmeno a trovare le parole per descrivere il paesaggio, accontentandosi di ripetere il suo nome accompagnato dal kirejiya”, che in questo caso opera come intensa esclamazione di ammirazione.

夏草や兵どもが夢の跡(松尾芭蕉)

natsukusa ya tsuwamonodomo ga yume no ato

erba d’estate –
tutto ciò che rimane dei sogni
di antichi guerrieri

Matsuo Bashō

Piuttosto che essere un’esclamazione vera e propria, lo ya di questo verso crea uno spazio per il lettore che induce a pensare alla transitorietà della vita e a tutti i successi dell’uomo, ma allo stesso tempo al profondo rispetto per gli eroi del passato ricordati fino ai giorni nostri. Bashō scrisse questo haiku nella località Hiraidzumi, l’antica roccaforte del famoso clan Fujiwara, rimpiangendo l’epoca sanguinosa delle guerre tra le famiglie potenti di samurai dove anche i fratelli si uccidevano tra loro.

墓の蚊や打った両手で拝みをり (福田 博之)

haka no ka ya utta ryoute de ogami ori

zanzara al cimitero,
la uccido con le stesse mani
con le quali prego

Fukuda Hiroyuki

Durante la preghiera del rito buddhista, ci si strofina le mani. Con lo stesso gesto, il protagonista di questo haiku uccide una zanzara mentre sta pregando per le anime dei suoi cari defunti. Nel buddhismo anche uccidere un moscerino è considerato un peccato. Qui la funzione del kirejiya” ha un ruolo principalmente ritmico e divide la “zanzara al cimitero” dal resto dello haiku, mettendolo in lieve rilievo.
Nei due esempi citati qui sotto, ya divide due immagini del verso e suggerisce un riverbero del senso creato da tale giustapposizione:

菜の花や月は東に日は西に (与謝蕪村)

nanohana ya tsuki wa higashi ni hi wa nishi ni

fiori di colza –
la luna ad Oriente
il sole ad Occidente

Yosa Buson

蝋燭のうすき匂ひや窓の雪 (広瀬惟然)

rōsoku no usuki nioi ya mado no yuki

sottile profumo
di una candela bruciata –
neve alla finestra

Hirose Izen

Un altro esempio:

夏の月御油より出て赤坂や (松尾芭蕉)

natsu no tsuki goyu yori idete akasaka ya

sotto la luce
di questa luna d’estate
da Goyu ad Akasaka

Matsuo Bashō

Goyu ed Akasaka erano due paesi situati lungo l’antica Tōkaidō, la strada più importante del
periodo Edo, che legava la città di Edo (ora Tokyo) a Kyoto. Distanti meno di due chilometri, Goyu ed Akasaka erano le due stazioni più vicine di tutta la strada. Questa vicinanza fa eco alla brevità di una notte estiva. Il kirejiya” si trova alla fine del verso e aiuta a produrre un ritmo ed un tono particolari, creando lo spazio dove il lettore viene invitato a immaginarsi tutte le cose non espresse dalle parole, come le sensazioni di freschezza e la fragranza di una notte d’estate, la bellezza del paesaggio stradale illuminato dal chiaro di luna, la sensazione di transitorietà di questo mondo legata alla brevità della notte.

Kana
Nei tempi antichi scrivevano con i kanji (哉), ora semplicemente con hiragana (かな). Kana si
aggiunge ad alcune parti del discorso, ma più spesso al sostantivo. Viene quasi sempre posto alla fine dello haiku, in pochissimi casi nel mezzo. Collocato alla fine del verso, non lo taglia grammaticalmente in due parti, ma crea una forte e lunga pausa. Molto spesso kana si usa in haiku scritti con il principio dell’ichibutsujitate (haiku con una sola immagine o concetto) creando l’effetto dello scorrere senza soste e provocando una forte emozione alla fine della poesia. Può essere usata anche per gli haiku scritti secondo la tecnica del toriawase (haiku con due immagini o concetti messi insieme o contrapposti). Spesso kana si usa dopo il kigo, rinforzandolo e mettendolo in evidenza e facendone il fulcro del verso. Ma può essere usato dopo un qualsiasi sostantivo e non necessariamente dopo il kigo. Kana, principalmente, non si usa per creare un “taglio”, ma per creare lo spazio (ma 間) alla fine del verso; inoltre mette in rilievo la parola che lo precede. Per i giapponesi, gli haiku con un kireji “kana” si dice possiedano una particolare delicatezza, perché recano l’effetto di una lunga sospensione meditativa, ma anche di osservazione, di percezione da un punto di vista oggettivo. In alcuni haiku, esso può suggerire anche emozioni di paura e dispiacere, come nel seguente componimento di Issa:

はつ雪を敵の やうにそしる哉 (一茶小林)

hatsu-yuki o kataki no yō ni soshiru kana

la maledicano
come se fosse loro nemica
la prima neve…

Siamo in un villaggio in montagna, dove la neve, più che essere una bellezza naturale, crea grossi problemi a tutti gli abitanti. Anche qui kana si trova alla fine del verso, ma dopo il verbo “maledire”, rinforzando il suo significato deprecativo.

遠山に日の当たりたる枯野かな _(高浜虚子)

tōyama ni hi no ataritaru kareno kana

sui monti distanti
brilla la luce del sole
campo desolato…

Takahama Kyoshi

Il kirejikana” segue l’ultima parola del verso, che è anche un kigo invernale: “campo desolato”.

Keri
Il meno forte dei tre kireji si aggiunge ad alcune forme del verbo, all’aggettivo, ma non al sostantivo. Si colloca alla fine del verso oppure nel mezzo. Il kirejikeri” può comportare anche una nuance particolare del significato, una specie di sorpresa dinnanzi ad una cosa o un evento di cui non ci siamo accorti prima, come una sorta di “ah!” poetico. Inoltre, aggiunto ad un verbo, può talvolta manifestare il senso di un’azione compiuta.

大根引大根で道を教へけり (小林一茶)

daiko hiki daiko de michi wo oshie keri

con una rapa
appena tirata dalla terra
mi indicò la strada!

Kobayashi Issa

Oppure:

raccoglitore di rape
mi indicò la strada
con una rapa

琴の音のしづかなりけり震災忌 (山口青邨)

koto no ne no shizuka nari keri shinsaiki

svanisce
il suono del koto –
Shinsaiki

Yamaguchi Seison

Il koto è uno strumento a corda tradizionale giapponese. Shinseiki, oppure Shinseikinen è il giorno commemorativo del Grande Terremoto del Kantō nel 1923, il più forte terremoto in Giappone, “sorpassato” nel 2011 da quello di Fukushima.

花ちりて木間の寺となりにけり (与謝蕪村)

hana chirite ko no ma no tera to nari ni keri

caduti i fiori
tra gli alberi il tempio
si rivela

Yosa Buson

Dietro gli alberi di ciliegio in fiore non si vedeva nulla. Caduti i fiori, si rivela il tempio. Il momento di una delicata rivelazione poetica. Inoltre c’è il senso filosofico più profondo del sacro che si rivela solamente dopo che il terrestre (la bellezza dei fiori) svanisce.

Questi tre kireji si differenziano per la forza con la quale sottolineano la parola che li precede e con la quale creano un taglio. Possiamo dire che ya è più forte di kana e kana è più forte di keri. Si dice inoltre che, come effetto prodotto, la pausa ed il riverbero del senso dopo ya e kana durano più a lungo, mentre keri ha l’effetto di una fermata decisa ed istantanea.
Non si consiglia di usare più di un kireji in uno haiku, anche se ci sono alcuni esempi in senso contrario:

降る雪や明治は遠くなりにけり (中村草田男)

furu yuki ya meiji wa tōku nari ni keri

cade la neve –
il periodo Meiji
è già lontano

Nakamura Kusatao

Il periodo Meiji (dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912) fu un periodo di grandi cambiamenti sociali ed economici in Giappone, basati sul modello occidentale. Qui abbiamo due kireji: ya alla fine del primo rigo (“cade la neve”) e keri alla fine del componimento. Però è considerato molto difficile scrivere dei buoni haiku usando due kireji. Ciò avviene, quindi, molto raramente. Vediamo questo haiku di Masaoka Shiki:

いくたびも雪の深さを尋ねけり (正岡子規)

iku tabi mo yuki no fukasa wo tazune keri

di volta in volta
la profondità della neve
domandavo, domandavo…

Masaoka Shiki

Masaoka Shiki, uno dei quattro haijin più grandi al mondo, morì, ancora giovane, di tubercolosi. Negli ultimi anni della sua vita non riusciva più nemmeno ad alzarsi dal letto: un futon steso per terra. Alla finestra forse riusciva a vedere la neve che cadeva, ma non era in grado di godere di un panorama completo, né di sapere quanta neve fosse caduta. Quindi, di continuo, chiedeva ai suoi familiari, madre e sorella: “Quanto abbondante è caduta la neve?” Come se sapere esattamente quanto spessa fosse quel giorno la cortina di neve permettesse all’animo sensibile del poeta di potersi avvicinare di più alla natura ed alla realtà. Nella ripetizione ossessiva di questa domanda, cercava di esprimere la sua estrema debolezza ma, al contempo, il suo amore profondo per la vita. Scelse per il suo haiku il kireji più forte, keri, e lo pose alla fine del verso, dopo il verbo “chiedere”. Quindi ci indica che il “chiedere” in questo haiku è il fulcro e non la profondità della neve.
Se cambiamo questo haiku inserendo kana invece di keri:

いくたびも たずねる ゆき の ふかさ かな

iku tabi mo tazuneru yuki no fukasa kana

tante volte
io l’ho chiesta
la profondità della neve…

Qui il kirejikana” si colloca alla fine del verso dopo il sostantivo “neve”, quindi la profondità della neve è sottolineata ed è il vero fulcro del verso. Invece di una fermata netta e decisa alla fine del verso precedente con keri, abbiamo una lunga e delicata pausa di sospensione meditativa.

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