Il fūryū, di Luca Cenisi

Una lettura di Kuki Shūzō, Sul vento che scorre. Per una filosofia dello haiku (Una riflessione sul fūryū), a cura di Lorenzo Marinucci, Genova, Il Nuovo Melangolo Editore, 2012.

ShuzoIl termine fūryū 風流 deriva, etimologicamente, dal cinese fengliu (“buone maniere”, intese come riflesso di rettitudine sociale, ma anche di raffinatezza ed eleganza, talvolta tradotto con l’espressione “carezza del vento”) ed incarna un cammino di ricerca, al contempo artistica ed esistenziale, che procede per successivi gradi di affinamento, gradi che la tradizione identifica nel rizoku 俚俗 (“distacco”, “romitaggio”), nel tanbi 耽美 (“immersione estetica”) e nello shizen 自然 (“natura”).

Il rizoku implica, in estrema sintesi, una trasformazione di pensiero e di spirito che porta ad un distacco del singolo (il fūryūjin 風流人) da tutto ciò che è mondano (zoku 俗) e superficiale; il desiderio di fama e ricchezza deve, cioè, cedere il passo ad un affrancamento sempre più deciso dai vincoli e dalle tentazioni del mondo, in linea con uno stile di vita sobrio e privo di affettazione (la cosiddetta via dell’”uomo di montagna”, ossia del poeta-eremita).

Raggiunto questo primo stadio di affinamento, l’individuo deve poi essere capace di cogliere la dimensione estatica delle cose o tanbi, fondendosi con la realtà circostante in cui è calato, sino a divenire un tutt’uno con essa, mediante le principali direttrici dello stile (la forma poetica) e della corrente (il contenuto), le quali propongono un percorso circolare di maturazione basato sull’osservazione del “banale” e sull’immediatezza del suo manifestarsi (yuibi 唯美). Lo haijin 俳人 , cioè, lungi da condizionamenti personali e di giudizio, dev’essere in grado di maturare un interesse diretto e sincero verso l’oggetto del suo poetare, lontano da luoghi comuni e preconcetti, così da annullare ogni differenza tra soggetto e oggetto, in un’ottica di reciproca interdipendenza, come sostenuto anche da Seki Ōsuga (1881-1920), uno dei maggiori teorici dello haiku:

Noi siamo in grado di comprendere il mondo della creazione solo quando siamo sinceri e umili nei confronti della natura, quando siamo liberi da ogni paura, quando annulliamo ogni distanza tra noi e la natura stessa, quando non ci abbandoniamo a inutili fantasie o non cadiamo in intellettualismi di sorta (Otsuji Hairon-shū, pp. 11-12).

Infine, lo shizen (“natura”), che in un certo senso già racchiude i due precedenti gradi di maturazione, dà loro compimento, confermando la reciproca interdipendenza di natura ed arte, le quali concorrono al medesimo fine, ovverosia l’armoniosa riscoperta del sé come presupposto dell’illuminazione (satori).

Un buon haiku deve dunque essere in grado di conformarsi tanto ai “tre pilastri” (rizoku, tanbi, shizen) che sorreggono l’esperienza del fūryū, quanto alle differenti forme espressive che ne derivano e che si collocano lungo la linea mediana delle tre coppie estetiche della kangen (還元, “ricostruzione fenomenologica”), ossia:

  1. il sabi (寂, anche detto sabita 寂た), cioè il fascino solitario e melanconico di ciò che è esposto allo scorrere inesorabile del tempo, che trova espressione in un linguaggio semplice ed immediato, contrapposto allo hanayaka (華やか), la bellezza viva e appariscente delle cose mondane;
  2. lo hosomi (細身), ovvero quella “sottigliezza” contemplativa indispensabile per cogliere l’essenza veridica della realtà, diametralmente opposta alla grossolanità (futoi 太い) degli atteggiamenti comuni;
  3. l’ogosoka (厳か) o “solennità” dell’esperienza sensibile, in antitesi a quel senso del ridicolo (okashii おかしい) che sfocia, talvolta, nel dissacrante o nel grottesco.

Dalla disposizione estetica ed artistica dello haijin in relazione alle varie declinazione del fūryū derivano, dunque, una serie di forme estetiche più o meno note. Volendo ridurre all’essenziale, è possibile identificare nove forme principali: wabi (侘, l’allontanamento dalle cose), shiori ( しをり, la “delicatezza”), kurai (位, la “posizione” o “dignità”), makoto (誠, la “verità”), yūbi (優美, la “grazia”), sōrei (壮麗, la “magnificenza”), gōka (豪華, la “regalità”), yūgen (幽玄 “profondità e mistero”) e il mono no aware (物の哀れ) o, più semplicemente, aware 哀れ (il “sentimento delle cose”).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...